Lida Malerbi
DI SOLE E DI RABBIA
Poesie

Mille in Uno..............................................................................................11
Rimpianti..................................................................................................12
Semi di memorie......................................................................................13
La Cometa Maggiore...............................................................................14
La gioia?..................................................................................................15
Parole di troppo.......................................................................................16
La voce del cuore....................................................................................16
Il flusso dell’anima..................................................................................17
Mano nella mano.....................................................................................18
I colori della vita......................................................................................19
Stella a stella............................................................................................20
E’ arrivata primavera...............................................................................21
Di sole e di rabbia....................................................................................22
Alate sinfonie...........................................................................................23
Un vizio....................................................................................................24
Pescatori..................................................................................................25
Non può accadére....................................................................................26
Notti bianche...........................................................................................27
Tira a campà............................................................................................29
Insieme a Bach........................................................................................30
Dono di Dio...............................................................................................31
L’ora dei Vespri......................................................................................32
Tra le braccia dei pensieri....................................................................33
Un cuore vale l’altro................................................................................33
La voce di Dio...........................................................................................34
La tua voce................................................................................................34
Siamo universo.........................................................................................35
Pellegrini...................................................................................................36
Si può...........................................................................................................37
Una giostra maliziosa...............................................................................38
Senza riflesso............................................................................................39
Lumi di tempeste.......................................................................................40
Il niente delle cose....................................................................................41
Mulini a vento.............................................................................................42
Diritto alla vita............................................................................................43
A tutto tondo................................................................................................44
Ad un’amica................................................................................................44
Muri d’abitudine........................................................................................45
Moneta da non sprecare............................................................................46
Speranza......................................................................................................47
Senza ideali.................................................................................................48
Concerto al mondo.....................................................................................49
Dov’è la giustizia?.....................................................................................50
Ora et labora...............................................................................................51
Prefazione
Verlaine inizia la sua “art poètique” definendo così
la poesia “de la musique avant toute chose »
altri grandi poeti ne danno definizioni diverse:,
Per Ungaretti per esempio, la poesia” ....
è il mondo l’umanità
fioriti nella parola ...
quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.”
Io penso che nelle persone che hanno il dono di scrivere versi, ci sia un tratto comune: la capacità straordinaria di accostare le parole sia che esse nascano dall’osservazione del creato che dall’analisi profonda della natura umana.
La poesia quindi come il riassunto di tutta la realtà nella meraviglia di un sostantivo, di una parola di un verbo. La risoluzione di tormenti dell’anima nella limpidità di alcune sillabe ...
E’ veramente un dono grande quello che i poeti hanno ricevuto, un dono misterioso che si frappone fra la gente comune e il cielo perché essi, usando sapientemente il vocabolario, riescono a consolarci, a farci rallegrare o commuovere, toccando le corde dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni, come fa il musicista con il suo strumento.
Tutti noi, e in tutti i tempi, abbiamo bisogno di chi ci aiuti a trasformare la realtà quotidiana, talvolta troppo pesante da sopportare. Tutti abbiamo bisogno di contrastare la volgarità, l’invadenza e direi la violenza dei grandi mezzi di comunicazione e della nostra società: tutti dobbiamo rivestire i nostri sogni e i nostri valori di abiti su misura per comunicarli e viverli nel nostro tempo.
La poesia è un tramite prezioso, anche se poco praticato e poco popolare, per farci, in definitiva, vivere meglio e farci avanzare verso un progresso vero e in una civiltà autentica che non è quella delle cose da avere ma quella dell’umanità solidale, della cultura in tutte le sue manifestazioni e del profondo e riverente rispetto per il “creato e quanto esso contiene” (dal libro biblico della Genesi).
Questi sentimenti di gratitudine e queste riflessioni sono rimasti in me – non è la prima volta che li provo - leggendo e spigolando qua e là nell’opera ormai rispettabilissima di Lida Malerbi.
Questa nostra concittadina, che già conoscevo come molto amata insegnante volontaria di italiano per i ragazzi stranieri al Centro di Solidarietà, in questa sua produzione poetica offre sé stessa e la sua feconda vita interiore a tutti, ponendosi sempre con grande modestia, ma riuscendo a toccare il cuore.
Il suo modo di comunicare la memoria della giovinezza in cui il duro lavoro dei campi era compensato dalla contemplazione di una natura che era certamente più bella e rasserenante di quella di oggi, la sua fede in Dio, i dolori, le delusioni insieme con la delicata sensibilità verso la sofferenza di tutta l’umanità (Concerto al mondo) ci consegnano qualcosa di veramente valido per una riflessione personale e collettiva.
Grazie Lida
Prof.ssa Gabriella Verucci

La parola è un’arma
Riflessione
Credo possa bastare, in determinate situazioni (magari in un’istanza di sentenza) sentir pronunziare particolari parole, per assorbirne pienamente tutto il vigore e la determinazione.
Prendiamo un “SI” irrefutabile o, viceversa, un “NO” monolitico, per fare un esempio.
Ricordiamo anche il “SI” davanti all’Altare, e il “NO” ad una richiesta disperata d’aiuto, magari per un prestito o per una qualsiasi altra questione d’estrema importanza che sia stata negata.
E’ vero infine, che tali termini si usano anche per questioni banali, ma è da tener conto che, in ogni caso, sono sempre fonte di sollievo o di rammarico. Siamo legati al Si’ e al NO come al giorno e alla notte, al buono e al cattivo, al bello e al brutto, e via a non finire, in un’escalation che coinvolge tutte le parole, dalle più implicite alle più comuni, usate in ogni questione.
Dovremmo rifarci alla filosofia di Anassimandro e approfondire la concezione che lui aveva circa il meccanismo di separazione, tramite il quale, (sempre secondo lui) tutte le cose sono state create e successivamente hanno continuato e continuano ad assoggettare l’essere alla volontà creatrice, mediante un particolare processo prestabilito naturalmente.
Ovviamente, oltre il “SI” e il “NO, ” le norme legate agli assensi e alle negazioni sono infinite. Di fatto, sappiamo bene che può bastare uno sguardo particolare o un gesto esplicito per ottenere lo stesso effetto.
Per entrare nell’efficacia del gesto strettamente legato alla parola, basta ricordarsi dell’Imperatore romano Nerone e del suo “Pollice verso, ” tramite il quale decretava la sorte dei Gladiatori perdenti.
In ogni modo, senza scomodarci ad andare lontano, è sufficiente ascoltare e ascoltarci ogni giorno per capire come questo mondo sia un totale agglomerato di parole. Non a caso, mio figlio Andrea, discutendo sulla questione è uscito con questa frase: “Se le parole fossero pietre, intorno avremmo muri senza fine”
Orbene, cercando di non cadére nel banale, pensiamo un attimo a quanto è duro, oltre l’offesa verbale esplicita, l’atto di disprezzo che di solito è riservato ad una persona che ha fatto uno sgarbo a qualcuno (o, allo stesso modo, essere noi a subirlo per un identico motivo) consistente nel togliere o nel sentirsi togliere il saluto e la parola.
Perciò, viene spontaneo affermare che quando c’è l’intenzione di ferire, la parola può essere senz’altro un’arma a doppio taglio: nel senso che, “arma è” pronunciata con veemenza velenosa, “arma resta” se soffocata con intenzione punitiva.
Adesso, accertato che l’uso improprio delle parole può, in diversi modi, ferire il corpo e lo spirito dell’essere umano, (lo insegnano a grandi passi anche le vittime dei bugiardi, dei maldicenti, dei ciarlatani) è doveroso riflettere sull’altra posizione della storia in questione e convenire che, una volta usata con diplomazia e intelligenza, la stessa, può spianare ostacoli alti una montagna e cambiare a ciascuno il destino, perché è vero... La parola è l’arma di difesa più potente che abbiamo!
Afferrata e accettata l’evidenza (per altro scontata) di quest’affermazione, ciascuno cerchi in se stesso il modo più appropriato per trarne profitto. Il metodo è semplicissimo, anche se bisogna convenire che talvolta la facoltà di metterlo in atto è legata alla natura d’ogni singolo essere.
da madre natura. Di sicuro, c’è chi vive senza rimorsi sull’espediente della bugia, ma per fortuna, la falsità cammina con una gamba sola. La frase storica “Porgi l’altra guancia” è il suggerimento per eccellenza che indica la strada per una coscienza serena: ma fino a prova contraria, non è detto che per essere sereni si debba per forza esser dei polli. Perciò, giù le mani!
Siano le parole, (solo quelle!) gli effluvi vincenti delle nostre ragioni.
Il contrasto intelligente, il dialogo, la limpidezza dell’intento. Sono essenzialmente, la diplomazia, la pacatezza e la persuasione onesta che riescono a contrastare la superbia e l’arroganza, senza alzare la voce, senza inveire.
La supremazia del bene sul male. Il modo semplice ed efficace di non contrastarsi con le mani e con le armi per difendere ragioni e diritti, ma l’evidenza dei fatti portati alla luce con l’equilibrio giusto, senza eccessi verbali, senza rigonfiamenti né enfatismi.
Quest’atteggiamento è indispensabile soprattutto nelle Sedi delle più Alte Istituzioni, dove si prendono decisioni importanti sul destino di tutti. E’ necessario a livello societario, per sedare i contrasti tra contendenti e tra i vari capricci stupidi dei comuni mortali.
E’ necessario negli ambienti amministrativi, negli stadi, nelle scuole e nelle famiglie, in modo particolare, in quelle che dialogano quasi esclusivamente con la televisione.
Oggi tendiamo a biasimare e colpevolizzare i giovani, per la loro voglia di fare a testate con il mondo. Non tutti per fortuna, ma alcuni pagano caro lo scoraggiamento verso le prospettive di un futuro che non promette niente di buono. Pagano soprattutto per la mancanza totale d’ideali e l’inquietudine che li porta a rincorrere le soddisfazioni procurate con le bassezze, la corsa al denaro, l’ebbrezza del volo, troppo spesso fatale: e noi, (i sapienti) stiamo a guardare e a rabbrividire, ma che facciamo per cambiare le cose? Eppure, sappiamo bene che è in seno alle famiglie che si forma la quiete interiore dei figli. Dovremmo essere noi ad indicare loro i veri valori da coltivare per avere un futuro migliore. Peccato che noi, ormai, abbiamo l’abitudine di curare prima i propri interessi personali, facendo sì, che siano i figli a adattarsi.
Di fatto, non c’è più dialogo, non ci sono più la comprensione e il rispetto dell’uno per l’altro. Le famiglie si sfasciano, i giovani divengono adulti anzitempo, e il mondo sembra impazzire di più ogni giorno.
Dunque, ci siamo dimenticati di quell’arma speciale che ci può difendere, purché usata costantemente, con coscienza, con amore... Dovremmo reimparare a parlare con cognizione, tralasciando le cantonate quotidiane e le frivolezze. Dovremmo ricominciare a parlare e a contagiare con l’amore anche i sordi di cuore. Amore vero, solidale, puro.
Cominciare ad amare noi stessi, la nostra interiorità. Coltivare gli affetti. Donare amore a grappoli, ai bimbi, ai vecchi, agli ammalati...
Portare voce e amore là, dove urla il dolore, dove c’è da ricostruire la pace. Tutti insieme, per un mondo d’amore.
Lida Malerbi
A Emilio
e Maria
Mille nomi in UNO
per defraudare il silenzio.
Non basta più Cojkovskij
e il suo “Allegro con grazia”
a rievocare i sortilegi dei giorni smarriti
e i pleniluni magici nelle notti d’estate.
Le chiavi dell’anima
han chiuso altre porte
altre strade si sono snodate,
irte, solitarie.
Adesso conto i passi
e rubo fiori nei boschi,
ne faccio mazzi su mazzi
li dispongo ordinati
a scacchiera sui davanzali
e m’illudo d’esser fuori,
via dalle mura,
dalla contesa
col mondo e con me stessa,
stupida donna
che non sa tener la bocca chiusa,
che deve dir per forza
quel che pensa:
( e quel che pensa
non è l’itinerario per una passeggiata)
La quotidianità è sempre la stessa
disadorna, ubriaca
e tanto vale
non rovinarsi il fondo della schiena
per questioni zeppe d’impotenza
e per questa pazzia collettiva
che a larghi passi
spinge il mondo alla deriva.
Meglio zittire l’anima e far finta di nulla?
Vorrei, ma la capacità non mi asseconda.
Rimpiango i tuffi
nei campi brinati
gl’intrecci di farfalle e di grilli
le simbiosi, i connubi primaverili
la vivacità delle rondini.
Rimpiango i chiari di luna
il vento dispettoso tra gli abeti
l’olezzo dei pini
le erbe maliziose
dei cigli terrazzati
lungo i pendii dei colli
e le corse sui viottoli sterrati
con i sassi a rotolare sotto ai piedi..
Rimpiango la spensieratezza
di quei giorni chiassosi
il canto stonato dei braccianti
piegati tra i filari di viti
o tra gli ulivi,
l’incanto dei tramonti
i giorni chiari
scevri di baldorie e delusioni.
Quella serenità
che rendeva vincenti
anche se c’eran difficoltà
e raccolti scalzi.
Tra i semi coltivati
di memorie
colgo fili di presenze vive,
quiete nell’oziare della sera
a colloquiare
intime speranze
come accadeva in altre sere
quando il respiro del mare
si faceva lieve
e l’anima salpava oltre confine.
Strappi d’abitudine
che non vanno a dormire.
Luci che son linfa
del cuore
nelle stanze buie,
il rumore dei passi sulle scale,
la porta che si apre..
Ma quando il sogno si desta
e gridi un nome
resta l’amaro della delusione.
La presenza ti saluta dolcemente,
ma nessuno,
nessuno ti risponde.
Nel lento mormorio delle acque
percepisco sinfonie d’amore
mai prima d’ora udite.
Scopro d’essere ad un passo
dal Tuo cuore grande
vicina a quel guado inestricabile
che mi sveglia la notte
per invitarmi a pregare.
Nell’infinità delle stelle
cerco ostinatamente
la Cometa Maggiore,
quella che sta alla porta
della Tua Sede o Padre,
perché è là che bussa
l’uomo che si perde.
E’ là, che l’anima rigenerata
trascende
in gioie senza nome,
si accende di luce interiore
scopre nella sua interezza
il significato di non vivere
tanto per vivere.
Danza la verità
entro un intimo brucare parole,
abbandonati come siamo
al sonno lieve
che interseca i sogni alla ragione
fissandoli alle radici del cuore
per sempre...
Dicono sia solo una chimera
con le ali di cera;
che vola di notte
sola e spaesata
sugli epicentri frastornati
della vita
Di casa in casa, bussa,
ma non si ferma
se non per riposare in qualche anima
già arresa alla docilità
che tutto accetta e tutto ama.
Dicono sia la maestà
della dolcezza,
l’incontro tra l’ingenuità
e la meraviglia,
il connubio tra la natura
che incanta
e la vita che respira
nella futilità della speranza.
Dicono sia una verità costruita
in qualche angolo dell’esistenza,
fragile come un palloncino
che s’innalza
senza che una cordicella lo trattenga
e pronta, se trascurata,
a volarsene via.
Dicono sia come una bimba
un po’ viziata.
Va custodita, coccolata, baciata
e se non basta,
va tenuta stretta tra le braccia:
naturalmente, con delicatezza...
Vicini uno all’altra
su questo fianco di colle
a picco sul mare
ascoltiamo insieme
entro uno strepito d’onde
il concerto dei gabbiani
in amore.
Il nostro colloquio
rimane sospeso,
aggrappato ad un grido spezzato
subito raccolto
tra le onde di passaggio,
e stritolato
dalle parole di troppo
che abbiam detto.
Domani,
forse,
se nella volontà ci sarà impegno
tenteremo
di ricucire qualche strappo.
La voce del cuore
La voce del cuore
è come quella del pesce:
c’è, ma non si ode.
(index) Il flusso dell’anima 17
Lascia alla saggezza
la libertà di sancire gli eventi
del nostro vivere insieme..
Ormai non serve più la fantasia
né rievocare i motivi
che ci han resi vincenti nel corso degli anni.
L’amore, lo sai,
dura quanto un battito di ciglia
poi s’incolla nell’anima
come una cosa scontata
che va per la sua strada
e non si volta dietro sé
a vedere quel che resta..
Null’altro indulge
se non la memoria
(appassita anche quella)
dell’ultima chimera rimasta.
a rinverdire qualche fronda
che fedele e testarda racconta.
Racconta di noi...
La mano nella mano, nuovi,
come il silenzio che ci rende uguali.
Varcare i confini del nostro io
smemorato e assorto
nell’intrigo confuso del giorno dopo giorno,
protesi come siamo
a competere con il tempo che cammina spedito
lasciandoci quasi senza fiato.
Il flusso dell’anima
ha risorse oltre ogni immaginazione ed intento.
Lei, danza sugli specchi per incitare il futuro.
Non sarà facile, ma imiteremo il suo esempio.
Ci siam stretti la mano
un con l’altro
e affrontato insieme
parte del nostro cammino.
I ricordi non han pesato
più che per quel rimpianto logico
verso chi c’è stato accanto
dividendo con ciascuno
il bello e il brutto
della vita in comune.
Quali le strade percorse,
ora si può dire che
più delle verità accettate
o respinte o sopportate,
tutto ha giovato alfine,
nel camminare insieme
e aver lasciato ai figli
l’orma del focolare.
Il percorso della vita
ha mille ed altre strade
disuguali contorte,
sempre impreviste,
sempre sconosciute
e grazie a Dio
se ci si può appoggiare
l’uno con l’altro
per affrontare
quello che c’è rimasto
da affrontare
e dico la verità,
quando si è in due,
anche nel buio pesto
spunta luce.
(index) I colori della vita 19
Occhieggia piccina una casa
fra i colori festosi dei campi.
Tre girasoli e due cipressi
parlottano nell’aria trasognati;
custodi dei segreti più preziosi
di un uomo, una donna e quattro gatti.

Nei giardini silenziosi dell’anima
crescono fiori
d’impareggiabile bellezza
Le rondini
scrivono in cielo
poemi di vita,
intanto che dai nidi
altre ali
si preparano a salpare
verso nuovi spazi,
verso nuovi orizzonti.
Aggrappati ai sogni,
anche noi,
possiam volare su emisferi irreali
e visitare altri lidi
senza rotture, senza sfinimenti.
Poi, esplorare
alla foce del cuore
assumendo occhi e mente,
astuti guardiani
del nostro essere middle class
impigliati
tra le maglie aleatorie
dell’abitudine
e le stupide indecenze
che fan l’uomo perdente.
Dopo, si può appagare il tempo:
stella a stella
nelle notti di luna piena
e nella serenità riconquistata
intrigare i sensi
fino alla quietezza.
(index) E’ arrivata primavera 21
Or sembra
che spruzzi di spuma biancastra
raggiungano il cielo
e fioriscano su nell’azzurro
tra cirri giocosi e spazi infiniti.
Sul verde dei prati
una fata disperde
grembiate di fiori
e tra api farfalle e altri insetti
si rinnovano i voli
e i richiami
han già mille linguaggi festosi.
Anche i peschi e i ciliegi son desti
ed apron corolle,
ed espandon profumi.
I colli si arrendono quieti
ai raggi che frugano ansiosi
e risveglian lucertole ghiri
serpentelli nascosti
negli anfratti dei tronchi più annosi.
I nidi subiscon restauri
e se ne fanno di nuovi,
che le rondini appena tornate
han bisogno di case
per le nuove famiglie.
Intanto volano basse
e salutan festose
la primavera che irrompe,
passerotti e farfalle,
il sole che splende
e qualche pio animale
che non gioca a sassate.
(index) Di sole e di rabbia 22
Non chiedermi ora
se ad un albero basta la radice
per fortificare le sue chiome
ormai spente all’aria
Non chiedermi la ragione
del silenzio
che rattrista l’anima,
naufrago com’è
dell’ultima assurda tempesta.
Ormai si campa di sole e di rabbia.
Qualcosa ci cambia
lungo la via e ci strapazza
col vento della vita.
Qualcosa che somiglia
alla stanchezza
ma è più inarrendevole
duttile, introversa.
Insolente, ci allontana
dalla ragione
che ancora non s’è arresa
e ci frastorna con la fantasia.
Così è la verità
così è la vita...
Entrambe hanno strade senza meta
quasi tutte in salita
e qualche barca rotta
fissa alla deriva,
incognita legata alla speranza.
In quest’ora addormentata
Scandisco
sulle corde
di una vecchia chitarra
gli accordi della luna.
Trepide note,
alate sinfonie,
pane di stelle.
Mi sento angelo e demonio:
il cuore al cielo
e un piede nell’inferno
in un gioco cretino
che mi fa verde il viso
e grido muto
salgo
come qualcuno che ha pregato invano.
Soliloquio bizzarro,
ora si occulta nel silenzio
e via dal cuore
con l’anima scempiata
in un riso di viole,
ardito
tra gli olezzi
che il vento ha rapito
ad ogni campo in fiore.
Ammainate le vele,
mi affido al tumulto delle onde
nel mare stanco della solitudine
e salpo verso l’Ultima Thule.
Sentirsi soli è un vizio
che si amplia a dismisura
nel silenzio.
Soffocato,
l’urlo dell’umano disagio
graffia
come unghie di gatto
su di un cuscino di velluto.
L’ipocrisia fa il resto..
Mi accende dentro
un focolare ambiguo
ove mi scaldo,
e intanto muoio di freddo.
Un freddo che devasta
dall’interno,
mentre esalta il concetto
d’infinito.
Vivo nel chiuso
del mio nido
per sentirmi qualcuno,
ma fuori
mi rendo conto
che brancolo nel buio.
Un nuovo vizio,
ancorato
ad un senso tutto mio
per sentirmi un po’ meno
nessuno.
Dopo la mareggiata
ci si prepara per una nuova pesca
ma il cielo cupo
promette altra tempesta
e i pesci si tengono a distanza.
Se non c’è paranza
riempiremo le reti di speranza.
e pescheremo il senso della vita

In questo mare sconfinato
di voci
sto perdendo
la Tua voce o Padre
e questo non può accadére.
Ti chiedo perciò
di rinforzare
gli ormeggi alla mia nave
affinché io possa
affrontare le tempeste
e senza timore salpare
entro il vasto mare
dell’inquietudine
per poterti riascoltare.
La giusta rotta
non mi abbia da giocare
scherzi di solitudine
o il timore
di non sapermi più orientare
se mai, un giorno
avrò voglia di tornare.
Con Te
posso navigare oltre confine
o indietreggiare
nonché abbracciare
la volontà di proseguire
fino al porto
dell’interiorità inscindibile
e finalmente godére un po’ di pace.
Sono le notti bianche
che fanno ritrovare
le cose perdute.
La natura
è sembrata non mutare,
stessi monti
stessi campi, stesso mare,
ma tutto prima
aveva un altro colore
un’altra voce.
I piedi nell’erba, scalzi,
non sentivano ostacoli.
Non avevano sbocchi amari
le risate e i bisticci
di noi piccinaccoli
fissi a far corse sui prati,
monelli scanzonati
sempre pronti a destar guai.
Erano belle anche le feste al Parco,
con canti, balli
e ribotte a tutto spiano.
Il cicaleccio del vino
l’odore acre
di stramonio e tabacco trefolato
Le sigarette, alcuni
le prillavano sul dito:
cartina e trinciato,
piccola ciminiera antinsetto
che graffiava il naso.
Non mancavan giterelle col cavallo
o sul barroccio mezzo sgangherato
che via via perdeva qualche pezzo.
Babbo e mamma, i miei,
e gli altri genitori
che abitavano vicini
si scambiavano
il tempo nei lavori.
La mietitura la trebbia
la vendemmia...
Era sempre una festa
un ritrovarsi a veglia
un parlare vivace d’ogni cosa
perché allora
la famiglia
era a tutto tondo una famiglia.
A noi figli
non serviva la valigia
per scaricarci
da una parte all’altra.
Parte integrante anche noi
di quella gioia,
si limitavano a mandarci a nanna
con un bicchiere di latte
qualche coccola
o una bella sculacciata.
L’abitudine (è vero)
rasentava un po’ la noia,
ma la quietezza
imperava regina e sollevava.
Oggi, la vita è ancora vita,
ma vissuta
come la vivevamo allora
era più bella.
Era più vita....
L’ora dell’ira non tramonta
e il cerchio si stringe
sui giorni a venire
zeppo di minacce.
L’uomo tarda a capire...
(che si sia dissolta
la genealogia del Sapiens?)
Trito nella mente più di sempre,
l’insipiente
s’ingozza di cose terrene
spesso rubate,
spesso inutili e vuote,
quando dovrebbe
donare sé stesso
a chi non ha niente.
Quando dovrebbe usare
il cervello
e non il fucile,
quando dovrebbe pensare
al futuro
delle generazioni nuove,
invece di depredare
il mondo d’ogni bene
e lasciare ai figli
l’inquieta eredità della miseria
con l’assillo amaro
della lotta
per assicurarsi la sopravvivenza,
ma tanto, ormai
chi non lo sa?
Vince l’uso del
“Tira a campà...”
Le note di Bach riempiono la stanza,
si propagano, rapiscono l’anima.
Toccata e fuga,
un brivido e via...
Qualcosa dentro me
si specchia in quella musica,
danza sulla soglia della vita,
ritrova i fruscii, gli affreschi, l’emozioni,
ravviva i pensieri che credevo perduti,
ne suggerisce di nuovi.
Ora ti ritrovo nel mistero,
racchiuso
in una chiave di violino,
silenzioso e pallido,
teso al preludio
di un ultimo accordo.
Ti sfiora una tenda smossa dal vento.
Sussulti e mi guardi:,
non mi riconosci…
Il mare al tramonto ha trame di fuoco,
impassibile ne subisci il riflesso.
Punti il dito in un punto indefinito
“Sei stanco?
Il divano non è più in velluto rosso
ma può accoglierti lostesso.
Siediti.
So che finita la musica tu vai...
Io resto a riempire altri spazi e altri vuoti.
Adesso ci sono gli aranci,
son cresciuti i sempreverdi e c’è l’oro dei limoni.
Ho altra musica da ascoltare,
altre voci che chiamano il mio nome.
Ho tante cose da fare,
ma ascolterò ancora Bach
e tu potrai sederti a guardare fino a notte
il riflesso del mare
che ti accompagna complice.
Luci tra i rami occhieggiano
solleticate dal vento
sotto il grido del sole
che le accende dentro:
dono di Dio
all’universo uomo.

Da ogni chiesa
un misto di campane
sferza l’aria e si perde
in lontananza.
L’ora dei Vespri
respira incensi e moccoli.
Il contadino
stacca i carri,
rimette i buoi
e nelle mangiatoie
cambia i foraggi.
Le donne
si fan segni d’Acqua Santa
sulla fronte
e pregando pregando
schiudono il giorno
e si preparano alla notte.
Anche i sensi vanno a riposare.
Blaterano nei sogni
idee arcane:
falene
che danzano al chiarore
del lampione
in un intreccio d’ali
e regole smorzate
in un dialogo
che non sta a noi capire,
ma che lostesso
può riempie il cuore
con miriadi di progetti
e di speranze.
(index) Tra le braccia dei pensieri 33
Cresce muto
tra le braccia dei pensieri
un desiderio d’effluvi
e di colori.
Acque sorgive
e rive scanzonate
hanno inni innati nella voce
e il cuore
si abbandona quietamente.
Frigolìi dolcissimi
e stelle radiose
temperano aurore maliziose
per consegnarle poco dopo
al sole
che le ricolora e riaccende.
A pensarci, vien voglia di volare...
Un cuore vale l’altro
Che può mai costare
accostarsi ad un cuore
e attendere
o donare amore?
Un cuore vale l’altro.
Un bimbo un vecchio
un essere spaesato...
L’amore è un grappolo
che cresce all’infinito.
Puoi donarne
e riceverne in cambio
finché senza sforzo
ti senti sazio
e rendi sazio l’altro.
Si ode nelle vie del cuore.
Cantico
che si appressa alle case
e accende luce.
Chi l’ode sa
che l’inno sale
ad insegnare pace
a chi non ha pace.
Che insegna amore
a chi non sa cos’è l’amore
scaturito dal profondo,
con amore.
La tua voce
Non sprecare la voce
come salisse sasso per sasso
una montagna,
ma lasciala furtiva
insinuarsi nell’aria
e nell’ora propizia
possa esser fonte
alla sete di un cuore
che si accontenta di gocce.
Solo uno strappo di tempo
tra noi e l’universo.
Creati entrambi
per essere uniti
respiriamo abbracciati,
scambiandoci vita
e colori.
L’azzurro sovrano sovrasta
i pensieri,
li coglie infantili e li cresce
portandoli a spasso
nel mondo
come un padre amoroso.
.
Li forgia
finché a loro volta,
pur ignorando del tutto
il mistero
si fanno universo.
Passo passo,
quell’azzurro lontano
si muta in oro bugiardo,
ma illumina dentro
accende lo sguardo.
A sera
si veste di scuro
ed eliso il grido del mondo
si addormenta sereno.
Per ogni uomo che va,
lui sa
che è solo un distacco.
Non muore nessuno..
Uomo e universo, siamo tutt’uno...
La facoltà di peregrinare
nel tempo
è insita alla nostra natura
che trascina e assoggetta.
Viviamo le esperienze
del cuore
sommandole alla ragione
e niente vale
più del sentirsi artefici
della nostra evoluzione.
Nulla conta, (così sembra)
se il conto dei giorni
scivola tra le dita senza tregua,
quasi fosse
una storia infinita.
Nulla cambia
dell’umiliazione che ci addenta
se non si è disposti
ad un accorto gioco d’astuzia
e di coscienza.
Si campa di concetti fittizi
isterici.
Ci si annulla
nel mare delle contraddizioni
per ribaltare le sensazioni,
ma quando il cuore stanco
reclama i suoi spazi,
nient’altro sazia
gli occhi e i sensi
oltre l’incanto superbo
dei tramonti
e il sentirsi pellegrini
negli spazi infiniti,
finalmente liberi.
Sistri nel vento e arcobaleni
scrivono storie di cieli
più quieti e più puliti.
Sale il sospiro dei campi
a stuzzicare gli umori.
La vita non ha più da vendere segreti.
Pace e pane per tutti
prima che sia tardi...

Da sempre, ciascuno
apre le braccia al mondo
e gli s’affida
portando appresso
bagagli d’esperienza
che si risveglieranno
un po’ alla volta
a sensibilizzare
il cammino e la sapienza.
Il mondo, qui
è una giostra maliziosa:
ti attira nel gioco e ti esorcizza.
Ti fa girar qua e là
come una trottola,
ma dopo?
Se non ci si affida
alla saggezza
c’è il rischio di perdere la testa
e finire
in un cumulo di melma
feticida.
Tra mura scalcinate
l’eco del niente rimbalza,
si amplifica,
coinvolge la mente,
fa naufragare il cuore.
Ci sono alcove segrete, contorte
dal tempo che le ha logorate
spezzate con inaudite violenze
Usurpato il buonsenso
anche la vita perde il suo nesso
e preda di ancestrale sgomento
brancola nel buio.
La fiamma dell’istinto,
giocando a rimpiattino
come un bimbo bizzoso
che non ascolta nessuno,
muove l’istinto a casaccio
con l’io caparbio
che non s’arrende
e non cede al ricatto
Intanto,
tutto assume
il volto dell’assurdo
macerato e accidioso
perverso
nel porgerci
(quasi fosse un regalo)
quella libertà senza riflesso,
nell’anima che è, e resterà
nel buio più profondo,
se non decidiamo
senza indugio
E’ strano
come ad un certo punto
della vita
tutto diventa nulla.
Il cuore si dissocia
dalla duttilità dell’esistenza,
muta la volontà
nella stanchezza
e non sa più forgiare l’anima.
Diviene ipocondria,
illogica
nel suo intimo esser stilla
che si dona
percepisce respira.
Anche la ragione
ha obblighi di sottomissione.
Al suo scorgere
lumi di tempeste
si piega e cede
senza far rumore.
In fondo,
la vita
è un’occasione.
(index) Il niente delle cose 41
Tutto il bello del Creato
è nelle nostre mani
- pensiamo –
ma che resta del tutto
all’orché scendiamo
a patti con il cielo?
Il niente delle cose
ci trafigge,
una volta consapevoli che
nessuno
può portarsi dietro
progetti e ricchezze.
Nessuno può esercitare
il potere
che sulla terra
lo fa sentir grande
e onnipotente.
Allora vien fatto di pensare:
“ che stupidi siam noi,
a sprecare tempo
in questo manicomio d’illusione
che non da scelte
se non quella elementare
che è
usare la brevità della vita
con attenzione,
per costruire qualcosa d’importante
in quel mondo a sé stante, ove
(Dio lo ha promesso!)
un giorno,
andremo tutti ad abitare.”
Stretta come sono
tra le braccia del tempo,
non ho tempo
per pensare un diversivo
che mi muti il quotidiano.
Fuggire me stessa
è una soluzione senza senso,
ora che il cuore s’è arreso
a vie di compromesso
che me lo rendono estraneo.
Il conguaglio dei giorni
inquieta i sensi
e le emozioni ruotano
entro spazi preconfezionati,
mulini a vento
in deserti aridi e accidentati
a masticare
anatemi e frustrazioni
Il riesame dei proponimenti
si scontra
con muri cadenti
Cambiano i concetti,
muoiono le illusioni.
Forse è solo un marchingegno
d’intenti non realizzati,
una fusione d’ideali
non compatibile con i tempi,
e con solo
poche speranze tra le mani.
Penso sia meglio coltivare i girasoli.
Cresce, come nei campi incolti le malerbe,
la voglia di gettare alle mie spalle
le preoccupazioni e le paure
verso un futuro
che non promette niente
oltre gl’inganni, le frustrazioni
e le miserie:
ma il cuore non risponde.
Ora, non chiedetemi
di parlare di tramonti
o rosate d’alba trasparenti e gaie
che l’urlo dei bimbi che non han pane
fa cadére anche il volo della luce.
Non provate ad indicarmi
versi raggianti d’altri poeti
che san vedere il colore della vita
e trasformarlo in melodìa,
perché il mio scritto, trito d’ansia
e d’impotenza,
non sa indicare la quiete e l’allegria.
Non pensate però
che io non cerchi vie d’uscita
da questa tristezza che imprigiona la mente
e assilla l’anima.
Vorrei essere anch’io festosa e lieta
come nota d’arpa che si libra
e scivola nella deità della dolcezza,
ma non posso
perché ogni quietezza è cosa falsa
finché il pianto dei bimbi e delle madri
risuona tra le pieghe dell’aria
come una preghiera
ad “ implorare” il diritto alla vita.
Mi alzo controvoglia
dal mio posto comodo.
Indugio, guardo e cerco
nei pensieri chiusi dentro
una scappatoia
al malessere insidioso
truccato di sereno.
Brancolo
come un moscone cieco,
sbadiglio, sonnecchio...
Dai misteri che rigurgitano
scarto il vecchio
e invento il nuovo
ma non ci sono novità
e se devo dire il vero,
mi sento un’espatriata
a tutto tondo,
senza possibilità,
senza rimedio.
Ad un’amica
Hai attraversato
la mia strada
come un volo di rondine
a portare primavera.
Giorni lunghi una vita
ad intrecciare parole
che non hanno sapore.
Ore consumate
a studiare il niente delle cose,
tutte...
Le realtà che si affossano
mute
sopra muri d’abitudine.
Inquietudini
sulla rotta di pensieri
senza fine.
Sono nave allo sbando
entro un mare agitato
che fluttua
sotto il grido del cielo.
Ipocrisia e tormento.
Nel corso degli anni
ho imparato
a considerare i mutamenti
non come probabili occasioni,
ma finalità coercitive
d’intenti ben studiati
e psicologicamente digeriti.
Non per niente,
vedo i difetti degli altri
e non correggo i miei..
(index) Moneta da non sprecare 46
E’ un incanto
questa selva folta e profumata
ricca di conifere e sequoie
culla rigogliosa d’acque chiare
ed erbe matte,
via dalle contrade polverose,
dal chiasso dei motori
e dalla gente
indaffarata e indifferente
che si affretta
per arrivare
sa Dio solamente dove...
La vita è il conio dell’amore,
la moneta che non si può sprecare.
Lo insegna il vento che parlotta
tra le fronde
al tocco della luna e delle stelle
calde del sole che le ha baciate
docili al tatto che le sa sfiorare,
ma è dai nidi
che pullula il mistero più esultante,
inno alla vita
e gaudio al Creatore
L’aria inquieta non scoraggia
i pescatori
che traggon dalle reti gusci ed alga.
La pesca è alquanto scarsa
ma non importa:
domani forse
ci sarà bonaccia
e i pesci fluiranno
ad ogni barca.

C’è la possibilità
di smarrirci
in quest’intreccio
di risentimenti.
Ciascuno lega a sé
gli eventi
tacciandoli
come probabili sentieri
entro cui,
stranieri, incamminarci
per raggiungere
chissà quali traguardi.
La vita è fatta
ad ostacoli probanti,
previo il destino
a condizionarci
e frustrarci,
quasi fossimo cretini
privi di volontà
e senza ideali,
assurdi,
come l’origine stessa
che ci ha procreati
senza spiegarci
come,
dove e perché
Qualcuno
ha innestato i primi semi umani..
Se hai da scrivere un concerto al mondo
scegli la voce di un bimbo
cui è negato ogni diritto..
Mentre la sinfonia del suo pianto
si amplifica insieme alle note
nell’eco del palcoscenico umano,
proietta sullo schermo anche il suo volto.
Non dimenticare le cose che ha intorno,
le mosche e le zanzare che gli pungono il viso,
lo strazio del suo sguardo spento.
Soffermati sul suo corpicino
nudo e scheletrito.
Osserva le mani che stringono
qualche chicco di riso
condito di terra e di sterco.
e il giocattolo fisso al suo fianco...
E’ un ciottolo vuoto
che nessuno ha mai riempito.
Poi inquadra la madre,
il seno sfibrato, allungato,
retto da una pelle
che strascica sul ventre infossato,
il braccio ad uncino,
la bocca piegata in un urlo represso.
Ora, concludi il tuo spartito
con tutto il sentimento che ti è proprio,
ma fa che la tua sinfonia inascoltata,
(perché così sarà ancora una volta)
riesca ad accendere nel mondo la coscienza.
(index) Dov’è la giustizia? 50
Forse nei cassetti della memoria,
ancora chiusa a chiave
da chi l’ha inventata.
Forse nell’idea
che sia il Padreterno a riesumarla,
per farne un credo di ragione
a misura di chi soffre.
Forse nell’aria stessa
che straripa
e rabbiosa castiga,
indicando dov’è
la vera potenza.
Forse è in chi guarda,
giudica e aspetta
d’insegnare la vera giustizia,
perché quella degli uomini
è un piede di strega:
s’impone, calpesta,
abbandona...
Allora...
non spasmi di fame e di sete
per commenti, o gente,
ma mani che si tendono operose
in una catena tenace
lunga un mondo d’amore.
Quell’amore, che fa di tutti i cuori
un solo cuore.
Quello che moltiplica i pesci
e il pane
per saziare ogni fame
e rendere la giustizia
degna del suo nome.
Nei sobborghi della memoria,
alitano con sospiri di rimpianto
la semplicità e l’orgoglio
di chi riusciva a vivere del giusto
e amava donarsi al bisogno
sostenendo lo sforzo
con un sorriso.
Le culle a dondolo
e i bastoni appesi al muro,
sono il vezzo
di quell’amore sacro
rimasto incastonato
tra le mura di casa,
sotto la vernice rinnovata
e nelle impronte sfumate
della terra.
L’anima ha richiami ad oltranza,
ma non risponde
se non la si sprona
con la vitalità della preghiera
e del sacrificio che dona
e non attende ricompensa.
Indice sulla via
“ORA ET LABORA”
per riaprire le porte alla speranza.
Si è ancora in tempo
a coltivare fiori di saggezza
e nutrire il grande fiume della vita.
Le immagini sono del pittore
Pierluigi Biagini

Realizzazione di Lida Malerbi – DONORATICO
Proprietà letteraria riservata
E-mail: dalimak@interfree.it