Scorci di vita                  

IN MAREMMA

e oltre

 

(indice)

LIDA MALERBI

 

 

              INDICE 

 

 I giorni  spesi…….……………………………………………….......…11

 

Quel che ci cambia……………….…………………………...…...........12

 

Voci del  tempo in  Maremma…………………………………….....…14

                                                                                                                           

                 Polvere di stelle…………………….…………………..……….............25

 

 Un filo di tempo……………………...…………………..…….…...……26

 

 Echi maremmani…….…………………………………..….….……......27

 

Attimi di dolcezza…....………...…………………………….…….….....28

 

 Richiami di raccolta……………..……………………………….…..….29

 

A doppio filo……………………........……………………………..…….30

 

Primavera maremmana…………………………………………..……..31

 

            Castagneto Carducci………………………………......………….….….32

.

            Verso il mare…….………………….....………………………….….….33

 

               La rabbia delle onde…………….....………………………….….…..…34

 

               Pescatore………………….....……………………………………...…...35

 

               Rondini in Maremma………...………………………………….…......36

 

               Vecchio Rotone…………….....……………………………………..….38

 

               I cipressi di Bolgheri……………...………………………………...…39

 

               L’incanto del risveglio…...….…………………………………........…40

 

               Sono figlia dei campi……………....…………………………...…..….41

 

               Canto la mia terra……………...……………………………....….......42

....

               Ruderi e rimpianti………...…………………………………...…...….43

 

               Dopo il vento……….……………....…………………………...........…45

 

              Sempre a capo……………….....…………………………....…….........46

 

              Mare mare………………….....………………………….....……...…...47

 

               La mano nascosta……….....…………..............………………...…......49                                                                                                                             

             Il canto della vita…………………………………...…..........................50

 

                 Senza tregua……………………………………………………….........52

 

             Le sirene…………………..……………………...….....……………......53

 

                 Viviamo stanchi……………….………….…………………….….…....54

 

                 Il nostro noi………………….…………………………………………..55

 

                 Tra il colle, la campagna e il mare…….………………………..…......56

 

             Incanto dei primi mattini…………...............……………...….….…....57

 

             La Serpilla……………………………………..……………..........…....58

 

                 Il podere della sera………………………………………...………..….59

 

                 Casa al Bambolo………………….....…………………………...…..…61

 

                 Tracce………………….………………………………...………..…….62

 

             Luci e ombre………………………...…………………..……………...64

 

                 La musica più bella……………………………………...…………..…65

 

                 Avvento di primavera……………………………………………….….66

 

             Notturno a Firenze………………….………………………...……....67

 

             Un senso di sconfitta…………………………...…………………..….68

 

                 Sulle Dolomiti………………………………...………………...….….69

 

                 Dietro le finestre……………………………………...………...……..71

 

                 Volare via col cuore…………………………..…………...…………...72

 

                 Sassetta……………………………………...……………………..…..73

 

            Casa nel bosco……………….………………………………………....74

 

            La realtà…………..…………………...…………………………….….75

 

                Scorci di vita…………………………………….………………….…..77

                       

 

 

 Scorci di vita

                                          per stuzzicare la memoria

e riportare nell’anima

la filosofia della gioia quieta:

quella che si conquista

con poco più di nulla.

 

Bruna  e  Azelio - 1933

 

 

 

 

 

NOTA

 

 

Lida Malerbi è nata e vive a Donoratico di Castagneto Carducci (Li).  Autodidatta, da anni scrive in prosa e poesia, dedicando ogni momento libero   alla  realizzazione di questa sua passione.                                                                                     

.E’ presente su alcune riviste e antologie importanti

Sotto,  sono elencati i titoli di alcune sue pubblicazioni  personali.

 

LIBERI DI VOLARE  

SCHERZI  DI  AZZURRO                                                                                            

VIAGGIO A RITROSO                                                                                      

QUANDO IL CUORE VOLA ALTO                                                                             

ECHI VAGABONDI                     

STRADA FACENDO                            

A TU PER TU CON LA VITA                                                                     

PERLE  D’ARCOBALENO                               

FIOCCHI DI  LUCE                                                                                 

IL COLORE DELLA VITA                                              

UN TETTO IN PARADISO

COME UN FUOCO QUIETO

All’improvviso IL CIELO

DI SOLE  E  DI  RABBIA

 

Alcune di queste raccolte sono state pubblicate da diverse Case Editrici. Altre sono  state curate dall’Autrice stessa e  autopubblicate .                                                 

   Dei premi ricevuti in concorsi di poesia e narrativa ne menzioniamo solo alcuni:  Terzo Premio Amesty “Città di Fucecchio 1985”  Premio Speciale della Giuria “Marcello Landi” Livorno 97- Primo Premio “Gala Solvay” Forte Dei Marmi 97 –   Quarta Class. Premio “Giovanni Gronchi” Pontedera 99 – Terza Class. al Premio “Dolce Paese” Castagneto  Carducci - 2001

   Conf. “Honoris Causa a vita”  a Norma dello Statuto Art: sette – per meriti acquisiti in favore della cultura,  ricevuto dalla Presidenza del C.D.A.P. – U.P.C.E” Sutri 2001 –     

Prima Class. per la narrativa “Dolce Paese” Castagneto Carducci 2002 – Seconda Class., al Premio Letterario Internazionale “Giorgio La Pira” Pistoia 2003.                                       

    Premio con  targa di rappresentanza del SENATO.     

 Seconda classificata per la narrativa, nel Premio “Festa della Toscana”Castagneto Carducci  - anno 2007.

    XIV  Premio Nazionale di poesia “SANTA TERESA” Rosignano Solvay Livorno, 23 settembre 2007- Diploma D’Onore e Premio Speciale della Giuria , con motivazione “Migliore poesia religiosa”

                                                                                                     

 

 

 

 

e la memoria resta,

 leggera, in aria,

  come un suono gaudioso

                                                                    che si eterna

 

Roberto Giani e Ivana Mucci 1961

 

 

 

 

PRESENTAZIONE

 

Parlare di Lida Malerbi e della sua poesia che racconta gli affetti, le gioie, ma anche i dolori e gli affanni, di tempi duri e difficili, inquadrandoli in un periodo che sembra lontano di secoli, tra gente che faceva dell’amicizia e della  lealtà una legge  sacra da rispettare, non è certo facile per chi vive in un mondo assai diverso.

   Gli affetti della famiglia, un modo di vivere semplice, fatto di pace e di serenità, un’attenzione alle cose belle del creato, un’osservazione profonda che fornisce una perfetta immagine di un mondo, che anche nella miseria, trova la forza di reagire, di scoprire ed apprezzare quel che di buono e di bello esiste nella vita, come la vecchia casa di campagna, quella di una giovinezza spensierata, il bosco, il cielo, il paesaggio, il mare, i bimbi e gli animali.

    Lei che ama la sua terra, la stessa nella quale i suoi cari hanno vissuto con orgoglio una vita dura, difficile.

    Lo stesso orgoglio che prova lei, oggi, nel sostenere di essere “figlia dei campi”

   Di queste cose stupende ed importanti, parla questa poetessa autodidatta, che ruba le ore al sonno, per mettere sulla carta episodi e fatti di un grande valore umano,  compiendo un’opera educativa e sociale, che ci riporta alla memoria tempi di vita diversi, dove erano l’amore, l’amicizia,  e gli affetti e non l’avidità, la ricchezza e l’arroganza a dominare.

   La sua poesia, è una lode continua alle cose belle e semplici che trova nell’acqua che scorre, nel vento “che spazza via le nubi”, nel mare corrusco,  nella stupenda natura che ci circonda, nel chiassare festoso dei bimbi e nell’umile lavoro dell’uomo nei campi, la forza e la volontà per farci conoscere ed amare un tempo ed una vita ricca di ricordi, di bontà e di affetti che ne esaltano il contenuto e ne fanno una lezione  di vita.

 

Giuliano Giuliani

 

 

 

 

A mio padre

  e a mia madre

   con tutto il cuore.

 

 

 

                               (indice)   I GIORNI SPESI   11

 

Dei giorni spesi

resta il seme amaro dei rimpianti

e l’inquietudine greve dei delusi.

 

Sospesa, mi aggrappo ad un filo sottile e logorato

da tutto il peso che ho dentro,

                                      per ribaltare con insistenza il vuoto

                                                                      esasperato

di chi ha chiuso ogni porta anzitempo.

 

Annodato tra presente e passato,

il volto dell’insoluto

oscilla come un orologio

squilibrato..

 

Di voi, mamma e babbo

ho ancora il notes

un po’ scarabocchiato

dove annotavate giorno giorno

gl’impegni, le sconfitte, i progressi

del vostro lavoro avaro e sottomesso

di operai precari e sfruttati,

ma fieri, onesti, buoni

e persino grati

  di quella felicità che bacia i semplici

  e  rende quieta l’anima dei giusti

                                                                                                                           

 

 

                                                  

 

 

                         

                       (indice)   QUEL CHE CI CAMBIA   12

 

Quel che ci cambia, spesso

non è cattiveria.

ma la realtà confusa

che si annida nell’anima.

 

Quel replay  di gesti

che ci fa vuoti d’intenti e di soddisfazioni,

strappa persino i sogni e gl’ideali

Ci rende ansiosi e schiavi,

di quella stupidità

   che cuce gli occhi

e dissesta le intenzioni.

 

Eppure, il sole  bacia  tutti quanti,

e germoglia sulla terra semi,  frutti,

suggestionando persino le stagioni,

 l’acqua, gli alberi, gli animali.

e tutto quel che vive insieme a noi.

 

Per esser più sereni

ci basterebbe tendere le mani,

via dalle ambizioni, e dai soprusi,

paghi della libertà che ci fa uguali,

più fiduciosi e più grati,

per il grano che s’indora

e l’uva che matura nei vigneti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra la terra e il sole,

abbondano  frutti di stagione,

gioielli della natura e del sudore

 

Vita in  Maremma 1961

                                                                                                                 

                                                                                                         

 

 

         

                                 (indice)                                                               13   

Qui, (dove l’acqua putrida  stagnava

in gòzzi feticidi e miasmi di fanghiglia,

la zanzara  maledetta gorgogliava

e si esibiva in infestante danza,

tanto da seminare la malaria come l’erba

e mietere la vita

e la speranza

a chi, inconsapevolmente, gli s’ avvicinava)

ora vi gioca un’aria maliziosa

che profuma tutta la campagna,

riveste la terra

e ripaga l’ingegno e la fatica umana.

 

Podere  Maremmano

 

 

 

 

 

                                         (indice)   Voci dal tempo  IN  MAREMMA    14

 

  Consapevole di non obbedire correttamente ai canoni di sintesi, necessari alla descrizione d’eventi dolorosi, quanto noti, cedo volentieri, prima d’iniziare questo breve riepilogo della storia maremmana, la parola ad un “Grande” che, con due versi significativi, illustra le caratteristiche remote di questo tratto costiero esteso dalla Toscana al Lazio, oltre ad evidenziare com’Egli, a suo tempo, abbia individuato i confini della Maremma nella zona compresa tra Cecina e Corneto: oggi Tarquinia (Viterbo)

 

 

                       “ Non fronda verde, ma di color fosco;   

                        non rami schietti, ma nodosi e involti;

                        non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

                        Non han sì aspri sterpi, né sì folti

                        quelle fiere selvagge che in odio hanno,

                        tra Cecina e Corneto i luoghi colti. “

 

                                                  (Dante: inferno, XIII,  4 -.7)

 

 

  Oggi, parlare della Maremma è un po’ come  tuffarsi in un contesto connaturato e inquietante, anche se ormai è totalmente diverso da quello in cui stiamo vivendo. Certe realtà non si dimenticano.

  La sua storia, lunga e dolorosa è passata attraverso i secoli come una spada bastarda che ha spezzato la vita a chiunque, nei periodi  dell’impaludamento si è trovato, per caso o per lavoro, a calpestare il suo suolo.  Un suolo vasto che comprende (ed anche nel periodo cui ci riferiamo, comprendeva) le pianure costiere del mar Tirreno, dalla Versilia all’Agro Pontino: ossia, la piana di Pisa, quella di Grosseto e il versante occidentale dell’Agro Romano, oltre ad altre minori pianure alluvionali lungo la costa.

  Con l’alternarsi dei periodi, il territorio maremmano ha conosciuto  numerose trasformazioni ambientali. Basti ricordare che ancora prima dell’occupazione medioevale, la Maremma ha ospitato presenze preistoriche, etrusche e romane, delle quali sono rimaste numerose testimonianze artistiche e storiche disseminate un po’ ovunque, su tutta l’area maremmana.Con un po’ di fantasia, oltre che per i tramandati della storia, si può capire che genere di vita ha concesso in determinate epoche, questa terra.                                                                                               

 Di sicuro, i mutamenti eseguiti secondo i mezzi e le capacità disponibili, sono stati costanti e indispensabili  fin dai tempi  remoti.

  Dalla storia che ci riguarda più da vicino, apprendiamo che le prime, vere opere  di  bonifica  delle  zone  paludose,  risalgono  agli  Etruschi, i  quali sono riusciti a fondare Tarquinia, Vetulonia, Populonia e  Ansedonia.                                               

   I lavori di bonifica sono proseguiti con i Romani. Questi, mettono in atto importanti accorgimenti idraulici ed altri mutamenti appositamente studiati.    Molto importante è la pianificazione dei dislivelli negl’innalzamenti delle dune, (meglio conosciute come -I TOMBOLI), i quali ostruiscono il deflusso delle acque verso il mare, su lunghi tratti della costa tirrenica.

Così, grazie a tanto impegno, tenace e bene organizzato, il territorio perde le sue caratteristiche paludose, finché è possibile raggiungere uno stato di discreto sviluppo economico e il popolamento d’alcune zone costiere.

 

   Purtroppo, con la caduta dell’Impero Romano, il diffondersi del latifondo e il conseguente abbandono delle campagne, alterano di nuovo l’equilibrio del territorio, determinando in maniera ancora più disastrosa, il fenomeno dell’impaludamento.

  Di nuovo, ricomincia l’odissea  tragica  che  spazza via  i progressi e la speranza. L’esistenza  diventa tale per modo di dire, visto che  la storia tramanda una media di vita che si aggira intorno ai diciannove anni e mezzo soltanto.                                                                                                                              

  Le acque stagnanti e putride infestano di nuovo tutta la zona e, con il loro fetore, alimentano la malaria.

  Le sofferenze e le difficoltà sono inaudite per chi non ha possibilità di andare altrove, ed è costretto a lavorare in certe zone (specialmente nei periodi stagionali, durante i quali si svolgono i lavori per le bonifiche) per guadagnarsi un misero pezzo di pane.  Il calvario delle “morti bianche” si ripete quotidianamente.                                                

La gente sopporta con mesta rassegnazione i pericoli, gli stenti e le umiliazioni per un lavoro ingrato e  sottopagato.

  Infine, quasi che tutto ciò non sia abbastanza, questa povera gente deve difendersi anche dalle scorrerie e dal brigantaggio che imperversa in tutta la regione. A chiudere il cerchio di tanta grazia, ci sono  l’analfabetismo e la mancanza totale di mezzi di difesa 

  La denutrizione gioca a favore di questa peste dannata che giorno dopo giorno si  rimpinza di cadaveri e patimenti inauditi.

  I giorni e le stagioni si avvicendano entro una monotonia che fa della vita un’abitudine priva d’ogni logica, compresa la consapevolezza di essere, di volére, di progettare. Tutto è niente…

 

  Lo sfogo di questi poveri diavoli è bene espresso in un canto popolare che ci perviene da un ritratto che essi stessi hanno fatto sulla loro condizione. 

  E’ un pianto antico, desolato, che inquadra bene l’immagine storica di questa terra ingrata. Un canto che si alza in un intrigo di speranza e di mestizia, di coraggio e di sfida verso un destino che sembra non dar tregua. Si muore per vivere, per portare a casa un misero pezzo di pane, per allevare quei figli forse già  destinati a soccombere, appena più grandicelli, per cercare di nutrirsi.

 

 

 

 

 

                            (indice)   Testo della canzone       17                                                     

                            “Maremma Amara “

 

Tutti mi dicon Maremma, Maremma …  Ma a me mi pare  una Maremma amara. 

L’uccello che ci va perde la penna Io c’ho perduto una persona cara.

Sia maledetta Maremma Maremma, sia maledetta Maremma e chi l’ama

Chi va in Maremma e lassa l’acqua bona Perde la dama e mai più la ritrova,

Chi va in Maremma e lassa la montagna Perde la dama ed altro non guadagna.

Sia maledetta Maremma Maremma, sia maledetta Maremma e chi l’ama...

  

Questo canto risale alla prima metà dell’ottocento, epoca nella quale hanno inizio

le nuove opere di bonifica in Maremma, stabilite dal    Granduca Leopoldo II dei

Lorena. Tali opere, già  molto tempo prima iniziate da un  avo, il Granduca Pietro Leopoldo,

e successivamente da suo padre, Ferdinando III Granduca del Regno di Toscana,  si

sono improvvisamente interrotte, causa la morte di quest’ultimo avvenuta per  via

della malaria, contratta durante una sua visita di controllo ai lavori in corso, da lui

stesso coordinati nella vecchia Maremma.                                                  

  La determinazione del giovane Leopoldo II a proseguire i lavori interrotti del

padre, coinvolge nuovi afflussi di gente, che per guadagnare qualcosa sfida la morte.  

Il progetto del giovane Granduca  prevede di liberare più ampie zone dalla morsa

delle acque ferme e dalla malaria, fino a rendere possibile l’incremento dell’agricoltura.

 Al momento della morte di Ferdinando III, la Val di Chiana è già stata bonificata, e

il tentativo di risanamento su altre zone della Maremma è rimasto in via di attuazione.

La parte incompiuta è perciò la più indispensabile da risanare per raggiungere

un successo definitivo dell’opera. Impresa brillantemente portata a termine da Leopoldo

II, che i maremmani chiamano affettuosamente “Canapone” e dai suoi braccianti

e collaboratori, i quali sono i veri autori della rinascita della Maremma.

  A lui dunque, e ai  tanti disgraziati che hanno continuato a lavorare, spesso pagando

con la vita, è dovuto il successo ottenuto nella lotta contro la palude, previa la costruzione

di canali, strade, argini lungo i fiumi e altri intelligenti accorgimenti, oltre lo sviluppo dell’industria mineraria e d’alcune fonderie a Follonica                                                 

 Intanto si compie il passaggio dalla pastorizia all’agricoltura: importantissimo

passo verso il progresso e la modernità.  

 

  Per secoli, irremovibile maledizione della Maremma: la malaria è sconfitta solo

nel  1954.   La   convinzione  che  la  causa  scatenante  la  malattia   fosse  da  

imputare  alle  acque  stagnanti  e  putride  e  alle   loro

  

esalazioni fetide comincia a decadére verso il 1880, quando Laveran scopre l’agente patogeno che provoca la malaria, ma passano altri 18 anni prima che Grassi, uno zoologo, riesca a scoprire che l’infestazione è trasmessa dalla puntura di una zanzara.                                                                     

 Scoperta la causa del disastro si corre ai ripari, somministrando alle persone ammalate bisolfato di chinino in polvere, mentre in via preventiva è somministrato biclorato di chinino in confetti. L’informazione e i nuovi progressi della scienza contribuiscono ad ottenere la sconfitta totale di tanto flagello, e si può affermare che, da questo momento, la vita anche in Maremma,  può tracciare il suo orgoglioso sentiero  

 

  Or dunque, consideriamo (come se anche noi li stessimo vedendo) gli scenari  trasmessici da Dante, attraverso quei personaggi fatti capitare in un tratto dell’antica Maremma “non  frutti, ma stecchi avvelenati; non fronde verdi, ma boscaglia cupa e contorta, regno di cinghiali, i quali odiano i luoghi coltivati ...”  ma al tempo stesso, sovrapponiamo agli stessi altri fondali, altri contrasti,  finalmente meno inquietanti.

  Si discosti il canto disperato lungamente echeggiato in quell’inferno inamovibile,  immondo, e si spenga il pianto antico, ormai sostituito dalla speranza e dal riscatto.

 

  Oggi, annientata la malaria e vinto il latifondo con la riforma agraria, attraverso la fondazione dell’Ente Maremma e con l’assegnazione dei poderi ai contadini; la Maremma è diventata una zona quieta e rigogliosa, stupenda nei suoi contrasti, talvolta aspri, di terra grezza o coperta di miriadi di colori, avvolta nei profumi floreali, di resine e salmastri.      Gioiello che interseca gioie e splendori al resto del territorio, grazie all’ingegno e al sacrificio dell’uomo che con tenacia ha sconfitto l’abisso, e pian piano ha aperto la porta ad un autentico paradiso.

                                      

  .

 

                                                                                             Lida Malerbi

 

                                                    

Date e altri dati storici: da Wikipedia ed Ente Maremma

 

 

 

Ieri, eri ‘na

“ MAREMA  AMARA “

Oggi,  sei  ‘na  gran

BELLA  MAREMMA

 

Campastrello

 

 

 

 

 

                               (indice)                                                             20

Bella terra dai mille colori,

terra dei nostri padri…

Oggi,

il sunto dei tuoi

immensi progressi

è riflesso

nel sorriso radioso

dei tuoi bimbi,

nell’armonia

dei tuoi quieti paesaggi

 

 

 

 

 

 

  (indice)   E' nell’orgoglio di esser granocchiai    21

 

 

 

Marco Mattioli  Donoratico 1989

 

 

 

 

 

indice)                                            22

Il futuro

 è come una conchiglia.

Geloso,

custodisce in sé

l’amata perla.

Quella inimitabile e più rara:

quella dell’esultanza

e della forza.

Quella,

che la bambina

scopre un po’ alla volta

 nascosta tra i segreti della via,

 

 

 

 

 

                         (indice)                                                                 23

Nell’aria profumata che la sfiora,

nei sottintesi che le insegnano la vita…

 

 

                                                             

Francesca Mattioli – Donoratico 1995

                           

                                                       

 

 

 

                           

                          (indice)   POLVERE DI STELLE   25

 

La sera  scende  sul  mare

lentamente

e  spegne  il  brulichio del  fuoco  sulle  onde.

 

Si  posa  quietamente  sulle  stesse

un  pulviscolo  di  stelle

e  le  riaccende.

 

Rientran  le  paranze

con  le  vele  abbassate.

Vicino al molo,

altre  barche  dondolano  assonnate.

 

Questo  è  il  momento  più  bello

per  pensare

a  quel  che  ha  fatto  per  noi  il  Creatore

                              

                                       

 

e  finalmente  sognare …

                                                                                      

 

 

                     

                                           (indice)                                             26

Camminandoci  oggi,

penso a  com’erano  ieri

questi  stessi  sentieri.

 

Alla  luce  gagliarda      

che  ora  irradia sui  campi:

su  questi  stessi  terreni

allora  invasi  da  insetti

                                                                 e acquitrini  malsani

 

Un  filo  di  tempo

tra  presente  e  passato,

teso,                       

  scorre  tra  le  ali  del  vento

e  annoda  il  futuro

  entro un abbraccio  superbo.

 

  Poi,  si  affaccia di  nuovo

   un  insieme  ormai  quieto:

 dai  ricordi  ancor  vivi

e  se,   adesso,

 con  lo  sguardo  accarezzo

 prati  verdi  e  odorosi,

 di  sicuro  non  scordo

che lo devo  al  martirio

di  tanti  fratelli.

                            

 

 

 (indice)   ECHI   MAREMMANI    27

  

Tra  i  colli  e  il  mare

una  maremma  orgogliosa

adesso  ride

e ci riempie gli occhi di splendore.

 

Intanto  lussureggia

nell’incantata  valle

che  all’uno  e  all’altro,  così,

senza  sembrare,

infonde  quiete  e  traccia  il  suo

confine

Mauro Lami e  Compagni – La raccolta delle olive

                                                                                                           

                                                                    

 

 

 

 

                        (indice)   ATTIMI  DI  DOLCEZZA   28

 

Mi   scrollo   degl’impegni

rimasti   sospesi

e   ritorno   alle  risate  dei  bimbi

nel   giardino   davanti

e   dietro   al   pallone

che  sfreccia  vicino  alla  strada.

 

Ascolto   Hendy

che   abbaia   innervosita

per   quel   frullo   improvviso

che   la   sfiora   e   rimbalza

accanto  alla  porta  di una  casa

vicina.

 

S’affaccia   una   donna   stizzita

con   in   mano   una   scopa.

L’agita   in   aria   (pare

minacciosa)

invece  sorride:  scuote   la   testa

in   segno  d’impotenza

e   dopo   un   po’   rientra.

 

Sembra  che  la  dolcezza

non  c’entri  in   questa  cosa,  ma

la   verità   è   un’altra.

 

Il   tripudio   delle   voci,

dei  colori   e   di   certe   reazioni

è   il   riverbero   dei    doni    più

preziosi

che   cade    tra    le    mani

disattente  di    noi    umani

 

 

 

 

 

 

 

 

                  (indice)   RICHIAMI  DI  RACCOLTA   29

Un persistente suono scende  dall’alto

e s’intriga  nella  valle  radiosa

che  schiuma

sotto  le  luci  inquiete della  sera.

Una  rondine  vola  senza  posa

e  querula  in  richiami  di  raccolta

dei  piccoli  spiccati  ai  primi  voli:

ancor  con  poche  penne  e  traballanti

felici  di  quegl’indici  di  cielo

che  si  abbassa  giocoso  sugli  stessi,

tanto  che  pare  quasi  li  accarezzi,

indicando  loro

altri  nidi,  altri   fratelli,  altri   paesi.

 

Il  bello  della  vita  è  nella  complicità

che  lega  gli  elementi

                                                                             

                                           

Niccolò  e  Giolly

                                          

 

                            (indice)   A  DOPPIO  FILO     30

Lame di  fuoco squarciano  il  broncio  del  cielo.

Le gocce di  pioggia,  cadute  da  poco,

rilucono come  perle sul  terreno

suscitando l’emozione del risveglio.

 

Armonizzano il cuore che, uguale alla stagione,

ride o piange secondo il proprio umore,

inquieto e senza finta

come  l’anima  nostra,  costantemente assetata.

 

Un  doppio  filo deve  tenerci  stretti

e  unirci a  quel  Dio dei  quattro venti

che strapazza  le  case,  le cose,

i nidi,  e  pure  noi …

Intanto,

matura i frutti e sparge le sementi

per i  raccolti  nuovi…

Un  bacio  e  uno  schiaffo

e  si  tira  avanti.

Fiorella  Burlacchini

 

 

 

 

 

                       (indice)    PRIMAVERA   MAREMMANA    31

 

In  questo  tempo  di  risveglio

un’eco  astrusa

ravviva  scorci  di  vita,

affronta  l’avventura  del  restauro,

ne  coglie  il  senso  d’infinito.

Ritorna  nel  vento  un  sospiro  leggero,

si  posa  sui  rami  ancor  secchi,

si  sofferma  sui  nidi,

risveglia  i  pollini

e  i  germogli  si  rifanno  vivi.

Un  nuovo  fremito  esala  dalla  terra,

la  scuote,  la  colora.

Nell’aria  c’è  un  guizzo  d’armonia

che ci raggiunge  e  ci  scalda.

L’emozione  è  come  sempre  nuova:

amica  cara  a  farci  compagnia,

e  insieme  a  noi  docile  respira

la  futilità  vagabonda,  di  questa  primavera

                                                         ancora  appena  sveglia.

 

 

Marco Francesca e Quinzy. Sole e tenerezze

                                                                                           

                                                                                     

             

 

          

            (indice)                                                                                                         32

           DA CASTAGNETO CARDUCCI

 

Dell’oro  che  ti  riveste  si  ha  un  bel  dire,

anche  in  giornate  di  nubi  più  spesse,

quando  le  crepe  delle  mura  annose

traboccano  il  fiato  secolare

in  storie  veraci  e  straordinarie

come  fossero perle  da  donare

al  viandante  incantato  e  un  po’  curioso

che  va  per la  discesa  fino  al  Borgo

e  verso  il  Belvedere

per  tuffarsi  con  lo  sguardo

fin  giù  al  mare

che  luccica  inesausto  sul  fondo  valle

e  a  perdita  d’occhio  si  confonde

insieme  al  cielo

entro  un  abbraccio  grande.

 

 

 

 

 

 

                           (indice)   VERSO  IL  MARE    33

 

Scendo  dai  colli  al  mare  con  studiata

lentezza

e  guardo  l’ultimo  sole  rosso  fuoco

giocare  tra  le  onde  di  un  mare  capriccioso

in  lotta  con  le  luci  del  tramonto

che  paiono  incendiarlo.

Un  sospiro  di  vento  sfreccia  bizzarro

dal  finestrino  aperto

e  porta  odore  di  fieno  e  di  grano  maturo.

 

Un’allodola  concerta  sopra  un  ramo

d’olivo

e  si  cheta  al  mio  passaggio,  ma

dopo  che  il  motore  è  quasi  spento

l’odo  di  nuovo,  mista  ad  altro  canto.

 

Castagneto  sonnecchia

sotto  un  pulviscolo   dorato  che  ancora

l’accarezza  e,  imperterrito,

sembra  accordare  la  sua  quieta  resa

al complotto  ardito  della  sera

che  pian  piano  l’adombra.

 

La  pianura,  manto  d’indescrivibile

bellezza,  sembra  spalancarmi

le  sue  braccia

e  suggerirmi  di  raggiungerla  più  in  fretta.

 

Di  rituffarmi  ancora,  come  bimba,

nei  campi  biondi  e  in  mezzo  all’erba  alta,

dove  squittiscono  lucertole e  s’intrecciano

ali  di  farfalla,

mentre  una  pace  estrosa  forgia  l’anima,

(anche  la  più  inquieta)

con  un’armonia  che  è  d’anacoreta.

 

 

                                                                                                                                 

                                                                                                                                             

 

                

 

                      (indice)   LA RABBIA DELLE ONDE     34

 

In  questo  pomeriggio  senza  sole,

la  rabbia  delle  onde

soverchia  il  silenzio  e  si  diffonde

per  l’inquieta  valle:

fin  su,  ove  prende  piede  il  colle

e  Castagneto  s’affaccia  per  guardare.

 

Il  mare  parla  senza soste  al cuore,

                                             anche  se  è  oscuro  e  di  cattivo umore.

                      Luca Bertini – fiume Seggio – Marina di Castagneto C.cci.  

 

 

 

 

 

 

 

                        (indice)    PESCATORE AL SEGGIO     35

 

                                                   A  Giancarlo

 

 

I  riflessi  dell’acqua  ti  pungono  il  viso

e  accendono  scintille  nel  tuo  sguardo.

 

Ti  guardo, mentre  superbo

saetta  il  primo  lancio  e  la  lenza  scatta

verso  il  fondo.

 

Senza  indugiare,  individui  le  acque

più  profonde  e  più  pescose.

Ti  lasci  andare,  il  braccio  teso al  fiume

e  la  mente  già  lontana  a  sorvolare,

essa  stessa  esca,  silenziosa  e  indomabile

alleata,  mentre  un  vento  burlone

ti  accarezza.

 

Dal  fondo,  intanto,  un  raggio

s’ingarbuglia

sulla  fronda  alta  e  giù  rimbalza,

increspandosi  giocoso  insieme  all’acqua,

mentre  un  primo  pesce,  ingenuamente

abbocca.

 

 

 

                                                                                             

 

 

 

 

                        (indice)   RONDINI IN MAREMMA     36  

 

La  tenete  dipinta  sulle  ali

la  voglia  di  tornare  ai  vecchi  nidi,

all’orché  la  terra  muta  nei  colori

e  si  prepara,  nuova  ogni  volta,

tra  mille  altri  incanti  a  riabbracciarvi.

 

Ed  ecco:

non  più  grevi nei  voli  e  gli  occhi  stanchi

come  monelle  riesplorate

i  picchi  selvatici dei  colli  e  i  tetti  rossi

malati  di  nostalgici  ricordi.

 

Anche  la  valle  vi  tenta  con  i  suoi  fiori

- rinnovata  primavera –

ed è  un’alcova  segreta  a  richiamarvi

ad  una  ad  una,  quasi  amaste  sempre

quelle stesse culle rotte

sotto le grondaie e nei fienili

sparsi lungo i campi,

dove  la  vita  ha  vinto  la  sua  vita

col  sudore  di  uomini  tenaci.

 

Così,  da  enormi  lontananze,

quiete  e  insonni,  ecco… ritornate

e  insieme  con  noi  ancora  un  po’  restate,

ad  infonderci  letizia,  pace  e  amore

o miti  sorelle,  rondini  maremmane.

 

 

 

 

 

    36  

 

 

                    (indice)                                                                 37  

La fatica fisica non è equiparabile all’esercizio

  dell’intelligenza,

ma nel campo delle utilità di più si presta

 

                            Gino  Malerbi -  Lavori  nella  nuova  Maremma1 959                                                                                                          

                                                   

 

 

 

                           (indice)   VECCHIO  ROTONE    38

A  nonna  Argentina

 

Non  mi  pare  estranea  neanche  ora

nonostante tanti  sfregi  sulle  mura

e  l’eco ormai  dispersa  in  ogni  crepa,

              visto  che  il  tempo, da  un po’       

ha  fatto  man  bassa

cancellando  le  impronte  una  alla  volta

e  cambiando  a  tratti  la  fisionomia

di  quella  tenuta grande  e  grigia

che  era  asilo  alla   mia   famiglia

Tra  poco,  lo so,  ti  rifaranno  nuova

o  vecchia  casa

e  sarà  un  cancellare  alla  memoria

la  vita  di  tre  bimbi  infelici

e  di  una  mamma

arresa  alla  sua  sorte  maligna  che

troppo  presto  l’ha  colpita  e  calpestata:

stillicidio  impietoso  alla  sua  breve  vita.

Sappi,  nonna  Argentina:

io  non  ti  ho  conosciuta  ma,

credi  a  me,

in  fondo  al  cuore

                                                          ti  ho compresa  e  amata

Sabatina  Balestri 1932

 

 

 

 

              (indice)                                                                                                39

I  CIPRESSI  DI  BOLGHERI

 

 

 

 

 

Chiacchierini  e  svettanti

i  cipressi  sul  viale  di Carducci,:

che dall’Aurelia  si  allungano  fin su,

a  toccare  Bolgheri,

continuano la  favola  dei  giorni

attraverso  le  stagioni  e  via

con  gli  anni,

più  o  meno  come  fosse  ancora  ieri,

quando  il  Poeta  vi  passava  innanzi

e  dialogava  con  loro

e  con  i  suoi  sogni

cimentandosi  in  versi  singolari,

floridi  di  ricordi  e  aneliti  paesani,

quasi  a  toccare  l’anima  agli  stessi

che  riversavan  su  di  lui  gli  sguardi

birichini  e  sognanti

di  monelli  giocosi,

figli  di  una  natura  senza  inganni.

 

La  stessa  che,  sincera,

brilla  ancora  oggi . 

e intanto

senza  soste  né  ritardi

semina  a  piene  mani  sui  domani.

 

 

                                                                                    

 

 

 

                  (indice)   L’INCANTO  DEL  RISVEGLIO      40

 

In  questo  labirinto  incantato

un  fremito  di  luci  s’insinua  tra  i  tronchi,

accende  riflessi  dorati  tra  i  rami,  

li  scuote fino a renderli inquieti.

Vicino,  si  sente  il  profumo  sottile  delle  resine.

L’incanto  del  risveglio si  solleva,

inebria  la  mente  e  il  cuore.

Un  canto  lontano,  nell’aria,

sembra  mutarsi  in  esultante  sinfonia,

si  dilata  e  straripa  sulle  fronde  della  collina.

La  quiete,  preziosa,  alimenta  la  memoria,

rievoca  i  momenti  andati,  le  chimere  del  cuore.

Mi perdo  con dolcezza

nel  bisbiglio  sommesso  della  sera

fino  al  limite  estremo  dell’incanto: finché  stanco

lo  sguardo  si  fissa  lontano,  si  accende

e  nell’opalescenza  multicolore

si  confonde  e  si  perde.

Mi  sento  come  un’esca

indifesa  sull’amo  esigente  della  fantasia.

 

Pranzo nei campi  1959

 

 

 

 

 

                 (indice)   SONO   FIGLIA  DEI  CAMPI    41

Sto  vestendo di  ricordi  i  miei  pensieri

per  ritrovare  intatti  i  giorni  e  i  luoghi  

che nel tempo han coinvolta  la  mia  vita.

 

Sono  figlia  dei  campi,  ed  amo  rivedere   

 la  mia  storia tra  i  solchi  bruni appena arati,

tra i filari di viti e tra gli ulivi,     

 nell’incanto   superbo  dei  tramonti

che mi hanno accesa nella fantasia

donando al cuore mio la tenerezza

utile ad alimentare la speranza

e l’incanto eterno della poesia

Sabatina e Lida - Adorna Uliana

Giordano – Bambolo 1941

                                                                                        

 

 

 

                                                                     

                          (indice)   CANTO  LA  MIA  TERRA     42

                                       Sottovoce  io  canto  la  mia  terra,

ed  è  come  se  nascesse  in  me

una  melodia,  dolce  e  profonda,

cullata  dal  dondolio  dell’acqua

alla  Marina

e  dal  fruscio di  fronde  alla  pineta,

per  risalire  su,  per  la  campagna

quieta  e  rigogliosa

fino  al  veemente  cinguettio  della  collina,

dove  si  estende  tanto  intenso  il  verde,

si  da  sembrare  arcane  pennellate

lasciate  in  eredità  da  qualche  artista

che,  come  me,  amava  la  sua  terra,

tanto  da  immortalarne  la  bellezza.

                           

Baratti  1972

 

 

 

                        (indice)   RUDERI  E  RIMPIANTI      43

    Guardando la vecchia Torre di Donoratico 

Incappucciato,  entro  un  velo  sottile  e

frastagliato,  pronto  a  rituffarti  nell’azzurro,

vecchio  rudere  sempre  più  sbrecciato,

a  me  piace  guardarti  da  lontano

e  dialogare  con  te,  con  i  pensieri,  per  riportare

a  monte,  in  mezzo  ai  voli,  i  concetti  nostalgici

e  i  ricordi  di  un  ridere  innocente  di  bambina.

 

Mi  appari  ardito  nella  trasparenza,  alte  le  mura

                        e  la  veste  corrosa,  dove  il  sole,                                  

 proprio  come  allora,

gioca  a  rimpiattino  insieme  all’ombra.

 

Tu,  di  storia  ne  sai  davvero  tanta,  ma  certo

non  ti  ricordi  più  di  quella  starna

che  mi riconosceva e mi seguiva

quando venivo su col grembiulino   

e le  tasche  stracariche di grano

per  rimpinzare  i  nidi  del  tuo  regno.

 

                                 Te  la  ricordi  più  quella  vocina                                       

che  amava intrufolarsi

nella  selva  cinguettante  della  tua  cintura?

La  sua  smania  di  cantare

doveva farti tenerezza

                                  se  risvegliavi  echi  alla  fiancata  rotta                                     

e  li  rimbalzavi giù

per  la  pianura.

 

Ti  ricordi  più  di  babbo  e  mamma?

Li  coprivi  di  doni   ogni  volta:  castagne,  funghi,

more  per  la  marmellata

e  Dio  sa  quante  altre  cose  ancora.

  

La  sera  giungeva  sempre  troppo  in  fretta  e,

ricordi?

Ci  allontanavamo  da  te  malvolentieri

e  scendendo  giù  per  la  scarpata,  ti  salutavamo

intonando  un  canto  della  nostra  terra:

“ Tutti  mi  dicon  Maremma  Maremma

a  me  mi  pari  'na  Maremma  amara…

 

Campagna maremmana – La Badia  1995

    

             

 

 

 

                          (indice)   DOPO  IL  VENTO    45

  

Mi  sveglia  il  canto  del  gallo,  raro,

in  questi  tempi  di  motori  e  d’inganni

Apro  la  finestra  e  guardo  fuori.

Il  vento  di  mare  soffia  a  vari  nodi  e 

in  quattro  e  quattr’otto  spazza  via  le  nubi,

impedendo  la  pioggia  ed  altri  intoppi.

Tra  poco,  il  sole  accenderà  i  colori.

La  vita, adeguerà  i  sentieri  ai  passi  suoi

e  i  sentimenti  torneranno  ad  esser  contrastanti

sui  tanti  perché che ci rendono  inquieti e  scoraggiati:

eppure,  la  vita  insegna  che  siam   noi

i  grandi  autori  dei  nostri  pensieri

e  i  precursori  delle  nostre  azioni.

Non  è  che  dovremmo  un  po’ riequilibrarci?

 

Barbara – deliziosa massaia – Donoratico

                                                                                                                   

 

 

 

 

                             (indice)    SEMPRE  A  CAPO      46

 

Il  subbuglio  del  vento

rompe di  nuovo  le  finestre  e  il  tetto:

poi  continua  da  bestia

il  suo  viaggio,  senza  por  mete 

al  suo  vagabondaggio,

finché  non emerge  nel  suo  stesso  moto

un  senso  d’inutilità

contro sé stesso  e  verso  il  mondo

che,  sebbene  sia  un  disastro,

non si arrende  al  suo  dominio  squilibrato

e, con  tenacia  e  slancio,

ricomincia  daccapo

a  costruire  il  suo  prezioso  impero.

L’uomo, da  sempre  è  un  gran

guerriero,  e di  sicuro,  non  lo  ferma

Il  vento.

 

  

Campagna  toscana   1923

 

 

             

 

 

 

                               (indice)   MARE   MARE  47

 

La  tua  voce  senza  voce  ci  sommerge

col  delirio  capriccioso  delle  onde.

e  ci  riporta  indietro  quel  clamore

pullulante  di  vita  e  di  contese

che  si  celano  all’interno  delle  acque  tue

tortuose  o  chiare  e  profonde

come  i  pensieri  racchiusi  dentro  il  cuore

eliso  all’umore  tuo

imprevedibile  e  scostante

come  il  canto  tentatore  delle  tue  sirene..

 

Alla  Colonia Lodolo  sulla  barca di  salvataggio

Marina di Castagneto Carducci  1957

                                   

                                                   

 

 

 

                     (indice)   LA  MANO  NASCOSTA    49

Questo  scherzo  di  vento  che  mi  spettina

solletica  i  pensieri  e  la  memoria.

Ad  un  fiume  mi  abbandono,  turgido  nelle  vene

come  questo  sole  pieno  che  mi  sfida.

Fossi  la  bimba di ieri,  mi  arrancherei

per  l’erte  sassaiole  che  portano  in  alto

dove  il  vento  diventa  ubriaco

e  passa  il  suo  tempo  in  schermaglie.

Lo  sanno  anche  i  tetti,  giocosi  pionieri,

che  la  futilità  non  c’entra  in  questo  scherzo.

Il  lavoro  da  svolgere  si  fa  sorridendo

quando  il  cuore  è  pulito,  come  fa  questo  vento.

 

La  stagione  che  muta  ha  sete  d’opera  buona,

e  a  goccia  risponde  con  sponda:

intanto,  la  vita  vi  approda,  diventa  creatura.

Oggi,  allo  stesso  modo  di ieri…

 

Io  li  ricordo  i  bei  giorni,  nei  quali,

andavamo  nei  campi,  con  grandi  cappelli  di  paglia

e  il  carro  trainato  da  bianchi  giovenchi,

tra  cesti,  corbelli  e  le  risate  dei  bimbi…

Ce  n’erano  tanti  ogni  volta  e,  insieme,

aspettavamo  col  pane  appena  sfornato,

il  bambolotto  di  pasta  che  mamma

aveva  scolpito  utilizzando  un  avanzo

per  farci  giocare.

 

Dopo, ricordo,  ascoltavamo  Miglio, mio nonno,

dir  di  cose  lontane  che  pure  lui  aveva  udite

e  in  parte  vissute.

Di  tempi  remoti,   di  lavoro,  di  luoghi.

La  sua  bella  Maremma… “Quanto cara!”  diceva.

Poi  riprendeva: “Era  terra  malsana  ma  nel  grembo

celava  impensati  tesori e,  noi,  usando  testa  e  sudore

un  po’  alla  volta  li  abbiamo  trovati.

 

Oh,  i  maremmani…Gente  rude,  robusta,  sincera.

E  schioccava  le  dita:  era  anche  lui  di  Maremma.

 

Così,  il  vento d’ora,  non  sembra,  

ma  è  la  vela  d’ ieri

che  va  verso  i  domani.

Lui  non  muta  e  non  invecchia.  

È  la  mano  nascosta che  raccoglie  

e  risemina  le  radici  e  la  vita.

 

Placide  coltri  sulla  pelle  scura, 

un  sonno  breve  e  subito  è  ridesta.

Seni  turgidi,  fianchi  sinuosi…

In  gran  misura,  sempre, ce ne  sono  di  lodi  

e  nomignoli  appropriati

per  definirne   tutta la  bellezza,  

ed  allo  sguardo  che  dall’alto  scruta,  eccola!

INGENS  DIVITAE  offrirsi  a  noi  radiosa.

 

Quando  non  c’era la falciatrice.  Toscana  1927

                                                  

                                                                                              

                                                                                 

 

 

                      (indice)   IL CANTO DELLA VITA      50

Col  primo  risveglio,  l’anima

si  prepara  ad  essere  violata

dalla  rottura  dei  rumori  senza tregua

che  ci  frastornano  da  mane  a  sera

portando via  quiete ed armonia,

ma  l’uomo, come  di  solito  si  adegua

e  senza  indugi  va  per  altra  via.

Ed ecco che  intervengono  i  colori  e i sentimenti

a  rendere  più  indubbia  la  certezza

di  trovare  in ogni caso  vie  d’uscita

e  rimediare  a  quest’ipocrisia

che  sta  usurpando  il  dono  della  vita.

La  speranza  è  come  un  eco  

in  lontananza.  Ti  gioca  dentro,

come  una  farfalla  maliziosa

che  succhia  pollini  di  fiore  in  fiore,

per depositarli  chissà  come e dove,

riseminando  ibridi  e  chimere

nel campo sterminato delle nostre incertezze

La  difesa,  sta  nel  cogliere

i  momenti  alterni  alle  preoccupazioni.

Nel rinverdire  tutti  quanti  i  giorni

che  ci  appaiono  triti  e  demenziali,

con  quesiti  meno  ottusi  e  più  sereni

finché  avvertiamo  d’amare  meglio

anche noi stessi, le nostre doti, i  nostri difetti

Il  dono  della  vita,

non  è  come  il  proclama di una strega,

non  gioca  d’astuzia  e  non  inganna

perché  è  il  sale  di  tutta  l’esistenza

Ci  dev’essere  un  modo  

per dimenticar  la  sfiga  che  condiziona

 ogni  nostra  scelta e, intanto  che  il tempo 

un  po’  ubriaco vola,  maglio  per  noi,

se  ritroviamo  in  fretta,

qualche  grammo  d’ottimismo  e  di  fiducia.

  

 

 

 

 

        

               (indice)                                                                             51

   Negli occhi e nell’anima

   a melodia della natura

    diviene  fonte di vita

 

      

Bruno  Macumelli  e  il  cucciolo.  Campagna  fiorentina

 

 

 

 

 

                             (indice)   SENZA   TREGUA    52

Una   bazzecola  di   vento 

semina   pollini   tra  i   solchi   del  campo,

inquieta  il  bosco e, con  un  frullo  improvviso,

alza  le  gonne  e  spoglia  del  cappello.

.   Refola   tra   l’erba   capricciosa

che  come   il   mare  ondeggia  e  trascolora

mentre  la   vita   intorno   si   riassesta,

paziente  e   laboriosa,  sempre   nuova,

sempre bella.

 

La   sua   fortezza  non  è   nella  speranza,

ma   nell’attimo  che   prima   la   sconquassa 

e   poi   la   sprona  a   non   arrendersi   mai

alle  contrarietà   né   alla sciagura

La   vita  (si sa)  è   una   lotta  senza  tregua…

 

Vendemmia. Campagna Toscana 1959

 

 

 

 

 

 

 

                                  (indice)   LE  SIRENE     53

  

Hanno  un’abitudine  speciale

le  Sirene

(quelle  che  perlopiù adorano

il  sole)

danzano quando  appare  qualche

nube  e,  dopo,

indugiano  a  cercare  altre  risorse,

quasi  che  il  cielo  le  possa  ascoltare

e  rinviare  triboli  e  tempeste.

 

Roberto e Valeria – Foto di Luciano Cionini - Rosignano 1969

                                                                

 

                                                           

 

                         (indice)    VIVIAMO  STANCHI      54

 

La tele... scandisce  notizie sugli ultimi avvenimenti,

con  priorità assoluta  ai  più importanti.

Ascoltiamo attoniti e sempre più scoraggiati

da ciò che  avviene nel mondo e intorno a  noi,

ma ormai  assuefatti, non riusciamo più a meravigliarci.

e  viviamo stanchi delle tribolazioni e degl’inganni

dei soprusi consumati sopra i marciapiedi

.

Fuori le mura di casa, la vita fa paura:

meglio non cercare l’avventura

e ritornare agli echi di una volta,

quando bastava poco altro, oltre ai funghi e la polenta

a rendere serena una giornata via dall’altra,

finché arrivava la stagione nuova

e i frutti dei campi sulla mensa

avevano il sapore di una Grazia.

 

Giancarlo. La pesta dell’uva nei tinelli.  1961 

 

 

 

 

                            (indice)   IL  NOSTRO  NOI      55

Nessuno  conosce  e può dire

le  finalità  di  un  vagare

che  non  ha  regole,

che  incanta  e  confonde,

invita  e  respinge,  promette

e  non  sempre  mantiene.

 

Nessuno  ha  verità  indubbie

da  certificare  e  garantire.

 

Vivere  in  sintonia  con  il  cuore

è  il  fulcro essenziale

del  nostro  fabbisogno  interiore;

perché  in  effetti,

non  si  può  fare  a  meno  d’amare

né  di  desiderare  d’essere  riamati.

 

Le  fronde  non  colloquiano

con  i  rami,

se  non  per  mezzo  del  vento

che  li  scuote  entrambi,

rendendoli  coscienti

che  non  si  equilibrano  gli  uni

via  dagli  altri.

 

Proprio  come  noi

e  i  nostri  fantomatici  giorni.

  

                                                           

 

 

 

               (indice)    TRA  IL  COLLE,  LA  CAMPAGNA       56

E  IL  MARE

 

          Mi  piace   camminare   lungo   i   cigli   fioriti  dei  fossati  

e  sui   bordi   dei   campi,

dove  le  stoppie  scoppiano  tra i  piedi

e  i  giovani  grilli  fan  salti  mortali.

Mi   piace   respirare  l’aria  fresca,   profumata

dagli  umori  appena  svegli, 

l’essenza  delle  erbe,  le  resine,  le  rugiade  silvestri, 

fragili,  trasparenti, 

docili  al  tatto

come  sono  le  lacrime  dell’uomo.

Mi  piace  veder  crescere  il  giorno,  tra i  prati 

verdi o multicolori  e  nell’argento  ciarliero  degli  olivi.

Mi  piace  ascoltare  il  pigolio dei passerotti  dentro  ai  nidi:

lo  squittire  febbrile  di  lucertole

e  altri  animaletti,

in  cerca  di  cibo e altri ripari

adatti  per  i  futuri  connubi

e l’arrivo  degli eredi

Mi  piace  l’odore  del  fieno  e  del  grano  maturo.

Mi  piace  guardare  dall’alto  verso  il  basso,

quando  lo  sguardo  spazia  fino  in  fondo

e  si  annega  in  un  mare  di  velluto,

verso  gli  spazi  variopinti  dei  terreni  e  i  casolari  sparsi.

Mi  piace  frugare  tra  le  nebbioline  ovattate

di  certe  sere,  nel  guado  primaverile,

quando  tutto  si  placa  e  il  sole  si  prepara  per  salpare

tra  spaccati  di  nubi  e  onde  incendiate

verso  un  nuovo  orizzonte.

Mi  piace  salutarlo,  mentre  lentamente  si  dissolve:

poi  seguirlo  idealmente,  per  vedere  dov’è

che  va  a  sbarcare  la  sua  luce

e  se  l’altra  faccia  che  va  ad  illuminare  gode,

oltre  che  di  bellezza,  anche  di  pace…

 

 

 

 

 

 

 

            (indice)    INCANTO  DEI  PRIMI  MATTINI     57

 

Li  abbiamo  conosciuti  tutti  e  poi  dimenticati

(Il  cuore non  dovrebbe fare certi scherzi)

 

L’incanto  dei  primi  mattini  non  ha  uguali

e  scivola  passo  passo  sui  sentieri

mentre  i  sogni  vestono  i  giorni

e  le  stagioni  maturano  i  frutti  e  mutano  i  colori.

La  verità  dei  Segni  è  a  mille  strati…

Un  uomo  li  conosce  quasi  tutti,  eppure,

stranamente

è  come  non  li  avesse  mai  compresi,

e  tira avanti  senza  mai  fermarsi,

dimenticando  i  sogni,  i  Segni

e  tutto  l’incanto  dei  suoi  verdi  anni.

 

Al mercato di Donoratico  1991

                                                                                            

                                                                                                 

 

 

 

                              (indice)   LA  SERPILLA      58

 

Amo tessere,  su  tele  immaginarie,

le  conchiglie  raccolte sulla  duna  alta

davanti  alla  Serpilla.

 

La  chiamavamo  così  da  bambini,

quella  casa  rossa,  adesso  diroccata,

che  funge  da  rimessaggio  per  gli  attrezzi

e  per  una  barca  rotta

o dove  si  annida  qualche  coppia

in  cerca  di  carezze  e  tenerezza.

 

Per  giungervi,  devo  attraversare

la  boscaglia  di  canne  alla  palude,

incontrare  qualche  biscia  sulle  acque,

poi  arrampicarmi  sulle  pietre  smosse

delle  scalette,  per  arrivare su, fino al  portone.

 

Dentro,  uno  stanzone  misero  di  luce

pare  conservi  ancora  odor  di  pane,

di  vino  e  d’orzo  abbrustolito.

E’ ancora  intatta  la  mensola  al  camino,

con  sopra  i  barattoli  del  sale  e  il  macinino.

La  pietra  focaia,  la  cenere,

il  paiolo  con  residui  di  polenta,  gli  alari

la  paletta  e  una  tendina  ricamata

alla  finestra.

 

Tutto,  come  se  la  vita  potesse  ritornare

consistenza, ma  Cesare  e  Mirella,

da  tempo  ormai,  sono  sull’altra  sponda.

 

 

 

 

 

 

                             (indice)   IL  PODERE  DELLA  SERA      59

            Udivo  il  respiro  affannatoogni  mattina

e  il  passo  claudicante  per  le  scale

di  pietra  consunta.

          Era  il  Podere  della  sera  quello,

          ed  io,  ospite  non  permanente,

          indecisa,  sulla  decisione

          di  chi  voleva  aprirmi

          ogni  giorno  la  porta,

          graffiavo  d’inquieto  le  vesti

          di un  sogno,  esitando.

Intanto,  guardavo  nell’angolo  mesto

le  mani  tremanti  di  Rita

imbastire  toppe  già  stinte

ai  calzoni  di  Leo.

          E  l’odore  dei  ceci  a  bollire.

          Di  fuori,  anche  i  campi

          parevano  stanchi..

          Sull’aia  di  fronte,  l’acero alto

          scosso  dal  vento,

          sembrava  ad  un  tratto

          scarnirmi  i  pensieri.

Nelle  prode,  sui  cigli,  la  vita  fioriva

nei  ciuffi  spontanei  con  tenero  verde

e  la  rondine  sotto  la  gronda,  paziente,

al  restauro  della  nuova  stagione

fremeva

con  battiti d’ali  più  svelti

 

Qualcosa  sembrava  fermarsi  sulla  corda

del  pozzo,  ogni  volta  che  il  secchio,

con  un  tonfo,  calava  a  raccogliere

lucide  perle.

Dal  muricciolo  di  sassi,  nere  brigate

muovevano  verso  le  crepe                                    

e  sulle  ruote scassate                                                        

di  un  carro  in  disuso.

          Dalla  stalla,  l’odore  stantio

          annodava  in  silenzio

          il  presente  al  passato

          con  fili  di  paglia  oscillanti

          e  il  libretto  della  pensione

          dimenticato

          nell’angolo  salvo  della  mangiatoia.

Pensavo  che  forse,  una  stella,  domani,

avrebbe  potuto  fermarsi  a  raccogliere

i  frutti  della  vecchia  stagione..

Al  Podere  della  Sera,  da  tempo,

la  notte  recava  confuso  uno  strano  disegno.

          Colpi  di  tosse  sui  gradini  del  giorno

          tramavano  intanto,  delicato,  un  raggiro

          e  imbrigliavano  il  cuore.

          Un  flutto  di  musiche  insolite

          giocavano  astruse  nel  vento.

          Intanto  dicevo

          scendendo  le  scale  di  ruvida  pietra.

“Domani  ho  da  mettere  uova

alla  chioccia,  pulire  la  madia

e  piantare  gerani.

Rita  e  Leo,  ormai,  non  possono  più

star  da  soli.

 

 

 

 

 

 

 

                      (indice)   CASA  AL  BAMBOLO     61

 

E’  in  questa  casa  che  abbracciai  la  luce

in  un  giorno  di   radiosa   primavera,

per  poi  volare  libera  e  serena

nei  luoghi  ameni  in  cerca   della   vita.

Di  mamma  ricordo  ancora  adesso

il  viso  bruno  ed  il  sorriso  buono.

Di  babbo,  l’aitante  corpo  snello

e  la  voglia  di  vincere  su  tutto.

E   delle   mura  che  mi   han   vista   bimba

ostinata  mi  ritorna  la  visione

della  semplicità  che  l’avvolgeva

dietro  le  vesti  che  ora  son  mutate e adattate

per  trasformare   in  reggia  il   bel   podere,

solo  poco  fa,  rustico  e  solare.

Per  questo,  mi  si  voglia  perdonare,

se  l’occhio  scava  sull’antica  mole

a  ricercarne  le  sembianze  amate,

e  se  una   lacrima  sopra   il   davanzale

può   infastidire  il   Bambolo   oggi   illustre

che  ancora   mi  stuzzica   nel   cuore

risvegliando  melodie  nascoste

ed   echi   di   voci   e   favole   lontane.

                     

                                         

                                                             Bambolo  1939                                                                 

 

 

 

 

 

 

                                     (indice)   TRACCE    62
 

E’  un  frastuono  senza  echi

quello  che  mi  raggiunge  dalla  strada

e  saturo  rimbalza  nella  stanza  vuota.

 

L’orologio  è  fissato  sulla  stessa  ora.

Ombre sulla  parete.

Foto  sbiadite  appese  e  qualche  specchio

a  rimandare  il  grigio  catturato al  vetro.

 

Della  mia  casa,  adesso,

rimane  il  muro  a  secco  quasi  accovacciato

e  il  sentiero  fangoso

che  va  dall’acquedotto  verso  l’alto,

peregrinando  dai  cespugli  al  tronco

di  qualche  castagno  mezzo  spoglio,

finché  raggiunge,  ormai  quasi  ansimando,

l’asfalto  grigio  e  teso  come  un  nastro

Asfittica  traccia  del  progresso.

 

La  “ Casa nel bosco” 1967

 

 

 

 

 

 

              (indice)                                                                                                             63

I passi dell’uomo hanno stazioni d’andata e di ritorno

entro il cerchio vizioso del destino

che li traghetta tra la terra e il cielo

 

Nettuzzo  e  Adorna  Balestri  con  parenti – Le Sughere 1930

             

                                                                       

                                                               

 

 

 

 

                                     

                         (indice)     LUCI  E  OMBRE      64

  

E’  un  vespro  d’esultanza,  quest’intreccio  di  luci

che  sfora  nei  pini  l’alta  chioma  e  tutto  intorno  indora.

Ormai,  neanche  l’erba  reclama  altra rugiada alla  sua  sete  insaziata,

giacché  il  sole  la  nutre  e la solleva

rendendola  orgogliosa  di  se  stessa.

 

I  pascoli  son  desti  già  da  un’ora  e  brucano  con  lenta  parsimonia

Il  pasto  ha  da  durare una  giornata  e,  la  vita,

va  vissuta  con  acume  e  avvedutezza.

 

La  sanno  anche  gli animali  questa  cosa:

così,  nonostante  l’impotenza  a  pronunziar  parola,

con  i  gesti  raccontano  che  ben  conoscono  regole  e  natura,

tanto  da  adeguarsi  a  tutto  con  fiducia,

anche se, la stessa è veramente poco ben riposta.

 

Pascoli nella  bella  campagna  toscana   1949

        

 

 

 

 

 

 

 

                      (indice)     LA MUSICA PIU’ BELLA       65

 

Non  c’è  musica  più  bella

di  un  frullo  d’ali

o  di  un  fremito  nell’erba ,

ma  purtroppo,

c’è  anche  un  albero bizzoso

che  fa  lo scioccherello

e  per  ingannare  il  tempo

intriga  il vento ad  altro  suono

quasi   fosse  un  violoncello,

mentre  un  falco  incavolato

usa  il  becco  per  contralto,

tanto è vero  che  una  zita

s’allontana  inviperita

ma  ritorna  poco  dopo

perché  ha  da  saldare  un  conto

con  l’ignobile  fringuello

che  ha  rubato  il  suo  lombrico.

Poco  dopo,  un  porcospino

invia  frecce  al  suo  vicino

mentre quello è  tutto  intento

a  pulire  il  suo  mantello,

sì  che,  colto  alla  sprovvista,

mette  in  atto  la  vendetta

e  gli  ruba  la  merenda.

In  tutto questo  parapiglia

c’è  una  cosa  molto  bella:

ce  la  insegna  la  civetta

col  suo  canto  di  raccolta

indirizzata  alla  famiglia

che  a  sé  vuole  riunita

in  previsione  della  sera.

Ma  nel  bosco  non  c’è  sosta

e,  come  sempre, ad  ogni  ora,

c’è  chi  canta,  chi  lavora,

chi  si  sveglia  o, ancor meglio,

senza  fretta, si  nasconde

e  s’addormenta.

 

 

 

 

 

 

 

 

                  (indice)    AVVENTO  DI  PRIMAVERA      66

 

Una  brezza  leggera

mischia  ai  muschi  l’ebbrezza

del  salsedine.

L’onda  sale  leggera,  sciaborda

sui  ciottoli  e  schiuma  alla  battigia

rompendosi  in  rivoli  bizzarri.

 

Tra  i  colli  e  il  mare,

l’aria avanza  con  passi  ieratici

e  confonde  l’equilibrio  dei  luoghi,

con  voci,  voli  e  profumi,

annunciando  l’avvio  d’ogni  stagione

nuova  e,  più  deciso  ancora,

l’avvento  lieto  della  primavera.

 

       Laura Malerbi – P.Fancelli Donoratico 1963

 

 

                

 

 

 

 

                     

                    (indice)     NOTTURNO  A  FIRENZE     67

 

  Cade  una  stella

e  tra  le  pieghe dell’Arno  si  confonde

mentre Firenze,

preda  di  un’inquietudine  costante,

si  adegua  al  trambusto  che

anche  in  piena  notte

distoglie  il  sonno  delle cose,  tutte,

e  persino  ne  disturba  l’anima  sacra

duttile  e  leggendaria.

 

  Eppure, si  può affermar che ancora sogna…

 

  Dal  Belvedere  la  città  si  prostra

in  mille  effusioni

entro  un  letto  di  luci  scintillanti

e  spazi  multicolori,  ivi  creati

tra  l’opacità  dei  giardini  addormentati

e  la  fugacità  dei  tetti:

si,  che  le  cupole  maestose

dei  suoi  straordinari  monumenti

sembrano  guardiani  instancabili  e  gelosi

della  storia  che  un  dì  li  ha  collocati

com’eterni  cimeli  di  un’epoca  riposta

e  risvegliata

da  quell’amore  indomito  che  sprona

a  conservare  intatta  la  bellezza

di  tanta  gloria  e  impari  poesia,

perché  la  gente  sua  ne  sia  orgogliosa   

        

 

 

 

 

 

 

                  (indice)    UN  SENSO  DI  SCONFITTA     68 

C’è  un  senso  di  sconfitta

nell’inquietudine  silenziosa della  sera

 

L’ombra  avanza,

spegne  e  scolora  ogni  cosa.

Frantuma  e  discosta

l’atto  della  fatica

sull’opera  umana

e  della  stessa  natura

che  si  arrende  senza  lotta.

 

Tutto  si  annulla

per  rifarsi  attesa.

 

         Dina e Annamaria  – Le Caselle  1960

 

 

                                                             

 

 

 

 

                                   (indice)        SULLE  DOLOMITI     69

 

 

 

              A volte,  mi  è  sembrato  che  il  cielo

mi  sfiorasse  più  da  vicino.

     Le  dita  tra  i  capelli

e  tanti  aghi  d’oro  entro  lo  sguardo

che  frugava  instancabile  e  curioso

per  le  serene  valli  sottostanti  e,  più  su,

in  alto,

ove  il  volo  lento  e  magnifico  di  un  falco

scriveva  nell’azzurro

favole  di  folletti  maliziosi

e  gnomi  e  insetti – tanti – aggrappati                                                           o nascosti  in  mezzo  ai  sassi,

tra  il  pietrisco  degli  argini  franosi

che  stridevano  arzilli  sotto  ai  piedi

intanto  che  arrancavamo  sui  sentieri

di  Lavaredo  e  dintorni.

 

      A  perdita  d’occhio,  il  tetto  grigio  chiaro,

frastagliato,  da  paesaggio  lunare,  rideva

in  periodi  in  cui  non  c’era neve

e  mi  stuzzicava  un  senso  d’irreale,

fino  ad   ispirarmi  arcane   fantasie.

 

      Più  tardi,  in altra sede, 

il  verde   imbruniva  lentamente                         

e  il  fiume  a  valle,  magico  e  argentato,

come  un  serpentello  sinuoso

faceva   nascondino  tra   le  varie   asperità

del  territorio                                          

  

o  tra  le  case,  a  tratti  raggruppate

come  fossero intorno  ad  un  focolare.

  La  vita gravitava,  più  giù,  lungo le strade

e  sulle  cabinovie  sempre  affollate

che  parevano  ammiccare  controluce

e  dire: “Che  vuoi  fare? Da  sempre

c’è  chi  scende  e  chi  risale.”

 

  Dopo,  l’oscurità  calava  a  ponte

tra  cielo  e  terra ad  ingoiar  le  cose

e  risvegliare  tra  armonie  nascoste

tanti  sogni  ammalianti  dentro  il  cuore.

  Persino  il  frastuono  dei  tornanti

si  scheggiava  nell’aria  in  mille  echi

e,  quasi  quasi,  sembravan  tanti  canti.

 

                     

                                    Abetone  1972

 

 

 

 

 

                      (indice)    DIETRO LE FINESTRE    71

 

Chiaro albore  dentro

e  tende  vaporose  sopra  il  vetro.

La  vita  c’è,  ma  non  si  vede

che  un  misto  d’ombre  sfocate  alla  parete.

La  sera  irrompe, sorniona  come  sempre,

intorno  alla  tavola  pronta  per  cenare.

Qualche  giornale,  la  televisione

con  le  solite  storie  tragiche  o  balorde…

Qualche  bimbo  che  corre,  qualcun  altro

che  ride,  tal  altro che  mangia, gioca  o  già  dorme.

Tante LEI  sommerse  tra  stoviglie  e  padelle.

Con  il  pancione  o  mal  di  schiena  o  di  testa  o  di  gambe

e  tante, tante cose da sbrigare

Qualche  LUI  che  stanco  borbotta,  si  allunga,  sbadiglia,

finisce  i  conti,  sorride  o  si  arrabbia.

Gesti  consumati  dal  logorìo  della  giornata.

Musiche,  voci,  bisticci,

poi ci  sono  le  gioie,  i  dolori,  i  segreti.

La  storia  di  sempre  in  tutte  le  case.

Palpita  l’anima  dietro  le  finestre.

 

                                                                 Dietro  le  finestre

 

                                                                                                           

                                                                                                                   

 

 

 

 

                   (indice)    VOLARE VIA COL CUORE    72 

 

Di oltre cento – P - ho  piene le tasche

ma  non  è  educato  andare  oltre.

La  verità,  in qualche  frangente

ha colline spigolose e propaggini rischiose,

utili da evitare.

Ci sono cose che non  si  possono  dire,

altre  che  non  si  possono  fare,

e  men  che  mai cambiare…

Volare  via  col  cuore

è il solo modo per non naufragare

Non solo  rese  dunque,  ma  intuire

oltre il limite della  sopportazione e,

mai dimenticarsi,  per cercare  di  vivere

secondo  le  regole  adatte  all’occasione.

Cogliere al volo  i  segni,  gettando  al vento

il seme dei rimpianti  e,  semmai,

per liberarsiaggrapparsi  come  i  bimbi  agli  aquiloni.

 

                            Manuela Doveri,  Mariano Grechi  e Andrea Mattioli 

Cinema  Ariston  - Donoratico 1982

  

 

 

 

 

 

  

 

 

                                 (indice)   SASSETTA     73

 

  Tra  i  sassi,  la  parola  emerge  viva,

quasi  a  voler  fiorire  le  alte  mura.

   Il  castello  medioevale,  il  borgo,

la  tua  Chiesa..

                                  Vecchia  Sassetta,

plaga  armoniosa  e  solitaria,

dal  verde  dei  colli  ingentilita

e  di  bagliori  ornata  a  primavera:

tra  gli  astri  toscani  ti  fai  stella,

come  un  Presepe  ti  accendi

a  notte  fonda.

                                  Pace  stupenda  doni.

  Chiare  le  voci  e  l’acqua,  dalla  terra,

argentine  pulsano

in  sintonia  con  l’aria  fresca,

da  mane  a  sera,  senza  tirchieria.

                                  Più  dentro  ti  ravviva

lo  scalpiccio  dei  passi  sulla  pietra,

giù  per  i  sentieri  scabrosi

oltre  Via  Buia  e  poi  in  salita,

fino  alla  piazzetta  e  al  corso  che  dirama

per  la  Castagnetana

verso  le  cave  del  marmo  e  la  vallata.

                                        Più  a  sinistra,

verso  i  boschi  più  folti  e  la  collina  alta.

 

  Chi  ti  conosce  bene  s’innamora

e,  pur  se  la  vita trascina  per  altra  via,

puoi  star  tranquilla,  che  prima  o  poi

ritorna.

 

                                                    

 

                                                                       

 

 

                           (indice)   CASA  NEL  BOSCO      74

  

Di un  rapido  abbaglio  t’incendi,

sospesa,  quasi  nuvola  grigia  che  annega

in  un  mare di  fronde  oscillanti.

 

E  ristai  supina,  aspettando,

con  le  basse  finestre  ormai  chiuse,

che  qualcuno  ti  porti  una  voce

che  ritorni  a  brillare  la  luce.

 

Un  cuore,  di  nuovo,  che  palpiti  in  te

e  rechi  d’intorno,  più  caldo,

un  guizzo gioioso  che  spezzi il  silenzio.

 

Valeria  e   il gatto Titto   1971

 

            

 

 

 

 

                             (indice)     LA  REALTA’      75

 

La  realtà  è  nella profondità  della  vita

inquieta  e  bella

come  l’onda  alta

che  abbraccia  e  bacia  l’onda  più  piccina.

 

Nella  capacità  di  attrarla  a  sé

e  portarla  via

verso  una  meta  sconosciuta  e  rara.

 

Concetta Moroni e Italiano Mucci  1923

 

                                                                                                    

 

  

 

 

 

 

                                (indice)                                                                          76

    Può sembrare un’esigenza sciocca

lo sguardo vagabondo di una donna

che scava nel suo mondo di bambina:

                                ma il  cuore lo sa.

che tutto resta

di quel che bello o brutto l’ha sfiorata,

baciata o, perlopiù colpita,

tipo  una cicatrice capricciosa

adagiata sulla pelle  ormai assuefatta,

ricordo di una beffa dolorosa

da trascinar con sé tutta la vita

 

Carlotta e Gino Giovannini  - Guidalotto

  

 

 

 

 

 

 

 

                       (indice)    SCORCI DI VITA    77

 

Ho sempre pensato che ciascun essere umano nasce alla vita in due fasi diverse, ben distinte. Prima, quando si affaccia alla luce e, confusamente, si addentra in un mondo di forme inconcrete: dopo, accade quando la piccola mente comincia a catturare gli avvenimenti e ad elaborarli. Quando comincia a comunicare con   il prossimo e con se stesso. Attraverso quest’ottica, posso affermare che il primo bagliore cosciente della mia vita, quello che ancora s’ indugia nel ricordo, mi ha sorpresa in un  viale alberato, di fianco alla  gran casa chiara del  Bambolo: la stessa dove sono nata. 

  Qualcuno mi teneva per mano con troppa energia. Mi divincolavo e urlavo, finché arrivò, senz’altro giustificato, lo scappellotto. Dopo, mia cugina Angiolina mi prese in collo e mi asciugò il viso.  Babbo e mamma erano fuori, al lavoro.

  Io ero affidata a zia Virginia, la massaia più vecchia di casa, e a mia cugina.        Dopo quest’episodio, ne ricordo un altro in modo ancora più chiaro, perché mi segnò nel corpo in modo violento, e per tutta la vita. Accadde ancora durante la mia breve permanenza nella casa del Bambolo.  Piccolissima, mi trovavo in una cucina immensa, scura. C’era un focarile largo e basso con il fuoco acceso.                                                                                                         

 Fuori stava piovendo e faceva freddo. Di solito, mi  rannicchiavo  nel cantuccio del camino e mi scaldavo. Anche quel giorno feci lo stesso, finché da sotto mi raggiunse la voce di babbo che tornava dal lavoro. Svelta,  ero scesa per corrergli incontro, ma il fiocco del grembiulino rimase impigliato all’alare che sosteneva un ciocco. Fu solo un attimo. L’alare girò su se stesso, il fuoco schizzò dappertutto e la parte incandescente del ferro mi si posò sul polpaccio. Ancora adesso ho sulla gamba destra una cicatrice tonda come una grossa mela. Il bianco al centro indica dove il ferro scavò anche  nell’osso. 

 

  Del trasloco avvenuto poco tempo dopo non ricordo nulla. Ricordo però molto bene com’era allora la casa dei Giovannini (alias Bucicche) dove andammo ad abitare.  Era una casa grande in mezzo agli ulivi e ai vigneti, ed era abitata  anche da  altre famiglie, oltre che dai proprietari stessi. Senza alcuna riserva, posso affermare che quello è stato il periodo più bello della mia infanzia; forse per la spensieratezza di bimba piccolissima, per la mamma finalmente sempre vicina, (babbo lavorava alle cave della Solvay), per  i  giochi fantasiosi con gli altri ragazzi.

  C’era tanta gioventù in quella casa. I figli di Giovanni Giovannini,  Mario, Gino, Piero: poi c’erano Artimina, Liliana e altri ragazzini,  figli degl’inquilini  vicini  e infine io stessa.  Mario era il più grande, io ero il caganido. (La più piccola del  nido)

  Distese d’ombrelli aperti facevano da casa ai nostri giochi, specie se pioveva. Non ci si poteva muovere tra tutti quei manici accostati, ma a noi sembrava un’autentica reggia   Ricordo Carlotta Giovannini, un tesoro di  donna.                                          

   Lei aveva una paura pazzesca dei rospi e quando le capitava di trovarseli tra i piedi,  nella pozzanghera vicina al lavatoio, fuggiva via come un diretto, urlando, mentre noi bimbi ridevamo come matti.. Ripensandoci,   scommetterei che Carlotta   simulava apposta la  paura per farci divertire. Eran talmente pochi i divertimenti anche per noi piccini, tanto che i grandi, talvolta, si piegavano ai giuochi  per farci felici.                          

Mamma parlava spesso con Carlotta e con  Felice e Annita, le altre inquiline.  Parlavano  di   noi   ragazzi,  dei   nostri  malanni,   ma   sopratutto esprimevano,  quasi  sottovoce le preoccupazioni di tutti i giorni e le previsioni sconfortanti per il futuro.

 

Avevo notato che loro  ridevano assai  poco,  e  poi  c’era qualcosa di strano  nei  loro

c’era la  farina, perché i nostri primi raccolti non erano pronti, né c’era possibilità di comperare poiché babbo i suoi pochi soldi aveva dovuto impegnarli per pagare le bestie e le sementi Ad ogni fornata che faceva, me lo regalava nonna Maria un panettino fresco e profumato, e quello aveva davvero il sapore di una grazia del buon Dio.  Per noi bimbi, i giorni erano abbastanza sereni e gli avvenimenti che via via impensierivano i grandi per noi erano solo diversivi.  Spesso sentivamo parlare dei fascisti, così ben presto imparammo a collegarli a degli uomini che quasi tutti i giorni si facevano vivi.  In genere, mangiavano, e bevevano, guardavano dappertutto e facevano domande a tutto spiano. Dopo un certo periodo,  dovettero accorgersi che eravamo innocui e, finalmente ci lasciarono in pace. Continuavano però quotidianamente i giri bassi e lenti degli aerei “ le cicogne” in ricognizione sui campi e sulle case. Le sere e le notti  erano illuminate a giorno da una specie di stelle cadenti che i grandi chiamavano “ bengala.”

   Il nome “ Partigiani” era tabù tra noi, perché, anche se non si vedeva, una spia poteva sempre essere a portata di voce. Non ci si fidava più neanche dei vicini di casa. Era ben noto, infatti, anche a noi ragazzi, che i fascisti e i tedeschi stavano cercando proprio i partigiani.  Nessuno parlava, ma tutti sapevamo che sui colli ce n’erano tanti, aiutati da persone che per loro rischiavano la vita.

  In casa, la sera, si doveva stare con gli scurini chiusi per non far vedere la luce di fuori, ma questo, almeno per la mia famiglia, non era un dramma, perché non avevamo petrolio e le candele erano pochissime..  

                                                

   Intanto, ogni giorno eravamo in pericolo.  Le mitragliatrici avevano cominciato il loro concerto prendendo a bersaglio i posti vicini e lontani.. Dai monti arrivavano, attutiti dalla lontananza, i tonfi dei cannoni: ormai era lotta senza quartiere.  Al piano si temevano le rappresaglie. Gli uomini sospettati di aiutare i partigiani erano interrogati e diverse volte purgati con l’olio di ricino. Un giorno;: non so se con una bomba o con una cannonata, fu colpita la casa della maestra Nesti, sull’Aurelia. Gli aerei passavano a stormi di decine con il loro carico di morte e ci facevano rabbrividire. Si sapeva che andavano a bombardare le.città e i  grandi  centri. Si parlava di deportazioni., di gente che all’improvviso scompariva. Una ricetrasmittente di recupero gracchiava la sua cronaca funesta.

  Il Bambolo, (oggi Donoratico), forse perché allora era ancora scarsamente popolato, (da poco era stata debellata la malaria, e le costruzioni, quasi tutte raccolte sull’Aurelia, si potevano contare sulle dita)   era una zona a basso rischio; infatti le formazioni di bombardieri non si sprecavano per noi.   Ma le insidie erano quotidiane e impreviste. Ormai si perdeva anche la cognizione delle cose, delle esigenze e persino del tempo. Si viveva giorno per giorno, senza previsioni per il futuro. Chissà perché, in qualsiasi periodo di stagione, avevo sempre freddo. Noi bimbi assorbivamo lo scoramento dei grandi come  un castigo che ci privava di tutto. .  Salva qualche rara eccezione, non si poteva più giocare gli uni a casa degli altri, perché i genitori avevano paura a separarsi da noi.Ci fu negata anche la festa di Sammeo a Castagneto. Per i grandi, la rinuncia non rappresentava gran cosa, perché chi voleva poteva lo stesso pregare il Santissimo, ma per noi quella era l’unica gita fuori  porta  e la  possibilità  di   procurarci  una  bambolina  o  un palloncino. Non si poteva andare a scuola. Non si potevano fare né dire cose senza il permesso dei genitori

 

Mi era consentito giocare con il gatto, entrare nel gabbione dei conigli a colloquiare con loro. A volte, raccoglievo vicino casa i volantini colorati gettati dalla “ cicogna” o dai mezzi militari. Su quei foglietti e sui pochi, vecchi libri che mi aveva   regalato la Maria del Saggini, e con l’aiuto di mamma, iniziai a leggere e scrivere.

  Ogni  mattina,  mamma   si   raccoglieva  in  preghiera:. La   udivo dire: “Grazie Signore  per  averci  fin  qui  aiutati.  Metto  nelle  Tue  Mani  anche questo nuovo giorno. Proteggi e dona benedizione a noi e a chi lotta per la pace.”

 

   Intanto cominciarono ad esser pronti i nostri primi raccolti. Almeno lo spauracchio della fame cominciò ad allontanarsi. Finalmente c’erano il pane, le verdure, la frutta, le uova e anche un po’ di carne di coniglio e di pollo.

  Ogni tanto babbo riusciva ad andare in un posto chiamato Saline. Da lì portava giù dell’acqua che mamma bolliva fino a farla diventare sale, buono per cucinare e per condire.  Il sapone per lavare, mamma lo faceva in casa utilizzando un’erba  che cresceva in un fossato vicino, poi aggiungeva soda caustica, grasso e non so che altro. Una volta freddo, il sapone andava spezzato; mamma riempiva d’acqua il bidone della bollitura e lo sistemava dentro la pila del lavatoio.

 Un giorno, attratta da quella rannata bianca e scivolosa,  pensai bene di lavarci il gatto. Lo lavavo spesso, perché la sera dormiva  nel mio letto: perciò pensai che con tutto quel sapone sarebbe diventato ancora più   pulito. Decisa, immersi il gatto nel bidone e cominciai a spazzolarlo, ma lui poco dopo cominciò ad urlare come un matto. Voleva uscire a tutti i costi, e per riuscirci non mi risparmiò graffi sulle braccia e sulle mani.        

  Finalmente ce la fece a tirarsi su e a scappare. Per un po’ di giorni non lo vedemmo. Non capivo perché si era tanto arrabbiato, visto che di solito era docile.     

Mamma mi chiese la ragione delle mie mani insolitamente arrossate e piene di graffi e della sparizione di Micio. Saputo cos’era successo, mi rimproverò e mi allungò uno scapaccione. Umiliata, corsi via piangendo. Non capivo… Capii tutto qualche giorno dopo, quando Micio fece ritorno. Era impaurito e non voleva essere toccato. Non lo riconoscevo, sia per il comportamento, sia perché, poverino, era tutto spelacchiato.

    Piccoli episodi inquietanti continuavano a tormentare i nostri giorni.      

  Un pomeriggio d’estate, io e mamma stavamo nel campo vicino casa a raccogliere frutta, quando un aereo cominciò a sorvolare sopra di noi a bassa quota. Impaurite (temevamo che ci avrebbe mitragliate), cercammo istintivamente di scappare.   

Forse insospettito da quella corsa a campo scoperto, l’aereo si abbassò ancora di più e cominciò a fare giri sempre più stretti sopra di noi. Nel frattempo avevamo raggiunto degli ulivi grossi e frondosi dove ci riparammo, ma l’aereo si era abbassato fin quasi a toccare la cima delle piante, girando attorno..                                      

Quel supplizio durò un bel pezzo, finché all’improvviso, con uno scatto repentino, l’aereo sfrecciò alto e in un batter d’occhio, si allontanò senza più  tornare indietro.  Il giorno dopo, io avevo la febbre alta  e si sentì male anche mamma.

 

  Erano trascorsi solo pochi giorni da quest’episodio, quando una squadriglia d’aerei prese di mira la ferrovia.                                                                                                 

  Alla Cantoniera del Pianetto, (una zona della   Maremma, situata tra Donoratico e San Vincenzo)  abitavano  mia zia Nastasina  e zio Tosello con le  figlie Ivana e

Anna, nata da poco.  Benché piuttosto lontano da dove   noi eravamo, lo sgretolio dei colpi di mitraglia raggiungeva il nostro udito e l’istinto faceva il   resto. Nonna, nonno e mamma erano preoccupati, noi ragazzi piangevamo impauriti.

  Soltanto alcune ore più tardi si riuscì a sapere che il peggio non era avvenuto per puro miracolo. Infatti, come avevamo previsto, gli aerei avevano preso di mira la Cantoniera e dintorni.  Zia Nastasina era sola in casa con le bimbe.                                                           

  Spaventata, era uscita e aveva raggiunto il viale che dalla ferrovia si collegava all’Aurelia. Quando gli aerei si erano ulteriormente avvicinati, zia aveva messo le piccole dentro il fossato coperto dai pini che fiancheggiavano la strada e si era distesa sopra i corpicini delle figlie.

  Gli aerei avevano mitragliato avanti e indietro, a lungo. Le sventagliate delle mitragliatrici non le avevano raggiunte, ma zia aveva la testa e le spalle martoriate dalle pine che tranciate dai colpi erano cadute a grappoli.

  Ormai, la paura era come il pane quotidiano.  Si cercava di esorcizzare il pericolo con le preghiere, le astuzie e qualche grammo d’illusione che ci consentiva di continuare a sperare.

  Quelli che abitavano in paese erano terrorizzati, non tanto dagli aerei quanto dall’arrivo continuo di tedeschi.  Cominciarono gli sfollamenti. Con mille precauzioni, le genti abbandonavano le case più esposte e si rifugiavano un po’ qua e un po’ là per le campagne. Alcuni negozi chiusero i battenti e cominciarono ad esercitare alla meglio più all’interno della campagna, in rifugi di fortuna prestati dai contadini.

 

  Persino le funzioni in Chiesa furono sospese.. Gli apparati indispensabili per celebrare furono portati in una carraia abbastanza grande, messa a disposizione dalla famiglia Guerrieri. Per fortuna i Guerrieri abitavano poco distante, almeno qualche domenica avevamo la possibilità di andare a messa.

  Il clima di tensione che si respirava toglieva il sonno. Tante erano le notti in cui, a luce spenta, mi piazzavo davanti ai vetri della finestra e guardavo il cielo. Vedevo le stelle cadere e chiedevo grazie di pace.  Poi mamma mi adagiava sopra il letto e mi lasciava dormire fino a tardi.

 

   Una confusione che non aveva niente d’usuale, quel rincorrersi di notizie che passavano di bocca in bocca lasciando una scia di sgomento e d’ulteriore paura, arrivò tra capo e collo in una giornata che si era annunciata abbastanza serena. 

    Si diceva che un fatto molto grave fosse accaduto sulla sterrata (oggi Via della Resistenza)  Sarebbe stato il caso che qualcuno andasse a vedere

  Nessuno però si decideva: muoversi quando c’era confusione era molto pericoloso.

  Dopo qualche  indecisione, infine babbo e zio Nettuzzo tagliarono per  i campi fino al luogo del disastro.                               

  Quello che era accaduto, lo raccontarono costernati al loro ritorno. Due giovani del paese, che tutti conoscevamo bene, erano stati uccisi dai tedeschi.

  Un uomo, che si trovava nei paraggi del  luogo  in  cui  era  avvenuta la tragedia, aveva visto tutto e raccontò i particolari di quel feroce assassinio.

  “Tutto è avvenuto nel giro di pochissimo tempo. Io stavo vicino e  ho  visto il carro con le bestie che si avvicinava. Lo avevo quasi davanti quando sono arrivati i tedeschi.

  Visto  il  carro,  quelli  lo  hanno  fermato  e hanno  guardato cosa  c’era dentro.  Hanno cominciato subito ad urlare. Non si capiva quello che dicevano.

  I  ragazzi  hanno cercato  di  spiegare che andavano in campagna,  ma  loro sembravano

iene. Ho capito che li avevano scambiati per partigiani. A nulla sono valse le spiegazioni dei due giovani. Poco dopo ho visto la cosa più terrificante che ad un essere umano può capitare di dover vedere. Trovati gli utensili necessari, i tedeschi hanno costretto i due ragazzi a scavare una fossa. Poco dopo, li hanno falciati con una scarica di mitraglietta. Vedete, sono ancora là, uno accanto all’altro…”

 

  Così, persero la vita Paris Carrai e Dilvo Creatini. Era il 23 giugno 1944.

 

  Intanto arrivò un nuovo inverno. Quell’anno cadde abbondante la neve. Io la vedevo per la prima volta.  Per tutto il giorno mi divertii come non accadeva da tempo, ma Il mattino dopo, purtroppo, ci fu una nuova, amara sorpresa.                            

                                     I gabbioni erano spalancati e vuoti. Qualcuno nottetempo aveva rubato i conigli.. Le tracce sulla neve fresca indicarono da che parte erano stati portati, ma babbo non poté far niente per recuperarli.

A parte quell’episodio, i giorni scorrevano in modo abbastanza calmo. Babbo lavorava come il solito. Io mi divertivo a far girare una macchinetta sul fuoco per abbrustolire l’orzo, mamma filava la lana che aveva tolto dal materasso per farmi un maglioncino.  Nessuno però s’illudeva.                                                                               

  Sottovoce arrivavano notizie d’agguati, di tradimenti. I bollettini che riuscivamo a captare parlavano di città devastate dalle bombe e di gente che doveva fuggire per evitare la deportazione. Si sussurrava che in alcuni luoghi si uccidessero anche donne e bimbi con il gas. La paura  serpeggiava come una scossa elettrica. Il motto di casa nostra era di stare uniti.  Sempre insieme” ripeteva babbo e, chissà perché, il suo viso diventava sempre scuro scuro..

   La novità che in seguito avrebbe chiarito questo suo comportamento, arrivò una   sera in cui eravamo andati a veglia dai nonni e dagli zii. In tavola, ricordo, c’erano i cenci, un altro dolce fatto in forno, del caffè d’orzo e un fiasco di vino rosso. Senza indugiare troppo, cosa che fece sobbalzare mia madre che non si aspettava una cosa del genere, mio padre annunziò che intendeva prendere con noi nonno Silvio.                              

 Il disappunto di mamma per quella sortita inaspettata, fu contrastato dai parenti che davano ragione a mio padre.

  “ E’ ingiusto, ” dissero all’unanimità “nelle condizioni in cui siamo lasciare un uomo solo per il mondo”

  Fatto sta che, neanche mio padre era entusiasmato dal suo ritorno. Io ascoltavo e non capivo.  Capii dopo, quando pian piano, babbo, incoraggiato dai parenti, si lasciò andare ad uno sfogo che,sicuramente lo liberò da un peso.

  “Della mia gente conosco poco o niente, perché mi pa’  non  ha mai parlato  di loro. Da altre voci ho saputo che nel ceppo di famiglia ci sono stati, e forse ci sono, pezzi in su e benestanti. Di sicuro hanno cominciato i parenti di vecchia data, ad avere avuto questioni d’interesse.che li ha guastati. Sembra che si siano  litigati e separati quando mi pa’ era piccino. Lo stesso dev’esser successo tra mi pa’ e su pa’.  Forse tra  fratelli o sorelle, se mai sono esistiti.  Io non so nulla  di nessuno                                                                                             

  In ogni caso, per me, le tracce d'er mi babbo giovane cominciano da Guardistallo.

  Lui ha poco e soltanto parlato di quel posto.  Non so se quando si è sposato stava ancora lassù o era già a Castagneto.                                                                                                      

  Io sono nato a Castagneto in una casa che credo appartenesse al Conte, situata proprio sulla strada principale del paese, (quell’edificio, anni dopo, diventò un asilo curato dalle monache) 

Quando, da quella casa ci siamo trasferiti giù al Rotone, un casalone nella vallata tra Castagneto e l’Antica Torre di Donoratico, io ero ancora piccolissimo.”

 

  Intanto che parlava, babbo tormentava un angolo della tovaglia, e con lo sguardo sembrava frugare lontano.                                                                                                                                   

“Oggi, ricordando quel posto mi viene un mòzzo sullo stomaco. Mio fratello Canzio,

ormai grandicello lavorava nei campi con mi pa’, mentre Guido badava alle cose di casa, perché la mi’mamma era sempre malata e non ce la faceva.  Col passare del tempo, la nostra  vita diventò un inferno.                                                                                                                               

  La terra non rendeva niente e, in pratica, si pativa la fame. Mi ma’, ormai era in un fondo di letto,  paralizzata. Lui lavorava senza sosta, ma non riusciva a racimolare altro che miseria. Piuttosto che chiedere aiuto ai suoi, perché qualche parente ce l’avea di sicuro, s’empì di debiti fino al collo. Ad un certo punto cominciò ad affogare la disperazione nel  vino. Si ubriacava e diventava cattivo.                                                                                  

Io passavo i giorni con mamma.                                                                                                    

  Accanto al suo letto, stavo ore ed ore con le braccia tese, per reggere  le matasse di lana che lei dipanava. Se mi addormentavo, mi svegliava con un colpetto di forbice  dalla parte dell’impugnatura.                                                                                                                  

  Non si rendeva conto di quanto quei colpetti fossero dolorosi, specie sulle mani.”

 Improvvisamente, mio padre s’interruppe e tese le mani. Mani dure, callose. Le tese in avanti col palmo in giù. “Specie qui, sulle noccole”  Disse con rabbia.  Subito riprese a tormentare la tovaglia.                                                                                                                                        

  “Se le stavo più lontano si arrabbiava, se piangevo lei rideva e  piangeva.. Non era più lei, il male e le privazioni l’avevano distrutta.                                                                                     

  Per me e i miei fratelli non c’erano giochi, non c’era la scuola, non c’era la merenda e tante volte neanche la cena.

  Morta lei,  potei avere un po’ di libertà. Andavo nei campi e cantavo. Ci mettevo tutto il fiato, tanto non c’era nessuno. Inventavo una storia dietro l’altra e, ogni volta,  mi sembrava di essere il protagonista.

  Era bello, perché alla fine mi sentivo un altro.

 

  Un giorno, sullo stradello, passò a cavallo un uomo e si fermò incuriosito dalla foga che mettevo in quel canto. Mi disse che ero bravo, poi mi fece un sacco di domande. Dopo mi salutò e mi disse di continuare a cantare.    

   Seppi dopo che era il signor Conte.

  Qualche tempo dopo venne un uomo a prendermi e mi portò  al castello di Castagneto.    Io lo seguii un  po’ intimorito, perché non  ne capivo il motivo.

  Al Castello c’erano diverse persone. Il signor Conte m’invitò a cantare.  Dopo di allora mi ha chiamato tante altre volte. Alla fine della serata mi dava sempre una bella mancia e, a me sembrava di toccare la luna.

  Dopo un certo periodo, ci siamo trasferiti tutti al Bambolo. Nessuno di noi tre era andato a scuola, ma i conteggi si  sapevano fare.  Lavoravo anche la  notte per  pagare  i

debiti fatti da mi pa’.

  Canzio si sposò e portò in casa la Virginia. Se non altro, si cominciò a mangiare qualche piatto di minestra decente.  Nacquero Giovannino, l’Angiolina e Beppe.

  Più tardi, Guido sposò la  Nunzia di Barontino e nacque la Lidia

  Finalmente si cominciò a vivere in modo dignitoso e soddisfacente.  Infine conobbi  lei  (senza voltarsi additò mia madre)  e pensai di accasarmi. 

  Mi pa’ continuava a bere e fare cavolate, era la nostra croce.  Sembrava insopportabile

finché all’improvviso n’arrivò un’altra ben più pesante. Si vede che non si dovesse aver pace.

  Per uno stupido ascesso ad un dente, a Guido venne la setticemia nel sangue.

  Avea neanche trent’anni.  Non ci fu nulla da fare. Bastarono tre giorni per strapparcelo e fu di nuovo l’inferno. Stanchi, provati fino all’osso, nessuno di noi si sentì più di tenere unita quella famiglia scalognata: sicché la Nunzia ritornò con i genitori e i fratelli, portando con sé la bimba. Canzio trovò una casa in Loc. “I Daini” e ci andò con i suoi. Mi pa’ andò garzone da un contadino e io, che nel frattempo m’ero sposato ed era nata lei (accennò a me) mi trovai un lavoro stabile alle cave della Solvay e tornai nella casa di Bucicche, al Guidalotto. Il resto lo sapete”

  Nonno Silvio arrivò una sera che era ora di cena.  Mangiò con appetito e disse poche parole. Era stanco e preferì andare subito a letto. Passandomi vicino mi fece una carezza sul capo. Notai che con sé aveva portato solo un tascapane sbrindellato con pochi stracci dentro.

  Quando il mattino dopo mi alzai da letto, lui lavorava già da un pezzo.

  Se gli passavo vicina mi sorrideva, ma di solito aveva il muso lungo e dimostrava d’essere scontento. Però non era cattivo e lavorava come un ciuco.

  Così, la vita a quattro cominciò a scorrere abbastanza tranquilla, tranne per il fatto di quella mannaia costantemente sospesa sulla testa che era la guerra.

  Sui colli, i cannoneggiamenti si facevano più intensi e gli agguati erano costanti.

La preoccupazione e la paura correvano sul filo del silenzio che sigillava la bocca.

  Un giorno babbo e mamma mi portarono con loro al Pianetto. Questa era (ed è) una zona della maremma, situata tra la ferrovia e la pineta che c’èra a ridosso del mare. Là babbo aveva dei campi che doveva coltivare.  Sul percorso dell’Aurelia c’era un via vai insolito di mezzi militari, tanto che babbo con il suo carro agricolo doveva stare stretto sul marciapiede, perché le bestie s’impaurivano.

  Si giunse a destinazione con un sospiro di sollievo. Babbo e nonno si misero subito al lavoro. Mamma zappavo vicino a me e io mi ciondolavo sull’altalena improvvisata da babbo. Era una giornata splendida, e tutto intorno era quieto, ma un rombo assordante si sollevò all’improvviso e ci raggiunse, in un attimo. Era uno stormo d’aerei, subito seguito da un altro, e poi da un altro.

  Babbo e nonno legarono le bestie ad un albero e ci vennero vicino. Non ce l’avevano con noi ma lo stesso ci terrorizzavano. I tonfi delle esplosioni arrivarono poco dopo.Intanto sul nostro capo continuava ad intrecciarsi il via vai degli aerei. Non l’avevano con noi ma, lo stesso, mettevano addosso una specie d’incubo.

  Di corsa, raggiungemmo l’unica casa che c’era abbastanza vicina. Era ora di pranzo. La famiglia Galligani aveva la tavola apparecchiata con tutto pronto, ma loro s’erano riuniti sul terrazzino e guardavano lontano. Ricordo che c’era un buon profumo di zuppa di cavolo.  Appena ci videro, c’invitarono a salire. Da quella posizione si poteva vedere cosa stava succedendo. Alte colonne di fuoco e di fumo, spezzate via via dal bagliore accecante delle esplosioni, si sollevavano più a sud. Laggiù c’era l’inferno, e quello era Piombino. Lo stavano bombardando.

  Quella specie d’apocalisse durò un bel pezzo, poi gli aerei tornarono indietro e si dispersero. Di giorno in giorno cresceva un fermento maligno.

  Continuamente arrivavano notizie di paesi interi presi di mira. Luoghi, anche in Toscana, dove accadevano eccidi di massa. Senza pietà erano trucidati vecchi,  

donne e bambini.  Noi, pur vivendo in un luogo un po’ fuori del gran caos non avevamo né giorni né sonni tranquilli.

 

  Finalmente sbarcarono gli americani. I tedeschi che ormai avvertivano la sconfitta erano più che mai pericolosi. Pur muovendoci  da casa solo per necessità estreme, cupi e minacciosi ce li trovavamo sempre tra i piedi.   

  Una sera, era quasi scuro, arrivarono un paio di camionette con un manipolo di soldati con le armi in pugno. Agitati, dicevano cose che non si capivano.                                                                                               

Solo uno, in un italiano  stentato ci chiese se avevamo visto qualcuno.  Noi continuavamo a non capire..Cercarono dappertutto, poi finalmente se n’andarono

  Il perché di quell’incursione ce la spiegarono poco dopo il nonno e zio Nettuzzo.

  Noi, dentro casa, non c’eravamo accorti che era caduto un aereo.  Neanche oggi so dove sia andato a sbattere: so però con precisione che il pilota si gettò col paracadute. Nonno Emilio, dal terrazzino di casa sua l’aveva visto planare proprio in fondo al suo campo. (Quel campo, oggi, confina con gli orti degli anziani)

  Non si meravigliò dunque, quando vide quell’uomo (era un americano) che a gesti gli chiedeva aiuto. Senza indugio, nonno Miglio portò l’uomo dietro casa, dentro una buca che fungeva da rifugio. Gli dette dei panni suoi per cambiarsi e gl’indicò la via per raggiungere gli alleati.. Sùbito dopo sotterrò la divisa dell’americano e tornò dentro casa a raccomandare agli altri il silenzio. I tedeschi arrivarono solo pochi attimi dopo, rovesciarono tutto, ma l’uomo era già sulla rotta dei campi, verso i boschi dov’erano i partigiani.

  Per fortuna non trovarono la divisa sotterrata sotto un cumulo di terra ancora fresca. L’avessero vista, nonno Miglio e famiglia l’avrebbero pagata cara.

   La situazione si evolse abbastanza in fretta.  Sui colli, ormai, sparavano senza più intermittenze. Gli americani avanzavano, il nemico scalpitava sempre più vulnerabile.. Le artiglierie non erano proprio vicine, ma nessuno poteva escludere che si potessero avvicinare. La situazione peggiorò ancora quando gli americani giunsero nei nostri paraggi. Ormai ai tedeschi restava solo la fuga. Alla spicciolata cominciò la ritirata dei perdenti. Si sentiva lo scalpiccio svelto degli scarponi sullo stradone, subito dietro casa nostra. Andavano a piedi perché non c’era il ponte sul fossato che troncava in due la strada Per raggiungere la parte del Casone Ugolino e la provinciale dovevano passare per un sentierino largo neanche un metro, che scendeva nel fossato e risaliva in modo tortuoso sull’altro lato. Talvolta  ci si doveva servire di una tavola  gettata di traverso per passare

 Una notte in cui le cannonate si sentivano ronzare più vicine, siamo scesi tutti in cantina. Eravamo noi, i Saggini e i padroni di casa. Soltanto il  nonno, che aveva alzato di molto il gomito,  dormì di sopra. Aveva poggiato la testa sul tavolo e russava. tranquillo. Inutile fu ogni tentativo di scuoterlo e portarlo dabbasso.  Fuori, il trambusto dei tedeschi era frenetico. Passavano correndo

  Il padrone di casa; ex- colonnello ci esortò tutti a starcene al buio e in silenzio, per evitare che i tedeschi, ormai sconfitti, giocassero qualche brutto scherzo.  Coscienti che aveva ragione, ci disponemmo ad obbedire.

  Gli uomini si sedettero su alcune cassette, mentre noi donne c’eravamo distese per  terra, su delle balle. Era impossibile dormire, però ci si doveva arrangiare.

  L’intenzione era fuor di dubbio concreta, ma come spesso accade, non avevamo fatto i  conti  con l’imprevisto. Infatti,  non  s’erano calcolate le   reazioni  degli indiscussi abitanti della cantina che, per quell’invasione si erano logicamente risentiti.  Nell’angolo  dove  noi  avevamo stese  le  balle con  la paglia  erano  stati 

appoggiati alla parete alcuni tubi di una stufa a legna e, proprio a ridosso dei tubi, iniziò presto la tarantella di quei coinquilini scorbutici conosciuti come  topi. Di certo spaventati dalla nostra intrusione, alcuni di loro cercavano di salire lungo i tubi per allontanarsi ma, ad un certo punto della salita, di colpo scivolavano giù e stridevano.   

 Alla padrona scivolò un topo addosso e lei fece un urlo, subito seguito da uno scoppio di risate e ordini imperiosi per ripristinare il silenzio. La storia finì con noi donne che continuavamo a spanciarci dalle risate mentre gli uomini ci ammonivano a suon di moccoli e minacce.

  Per fortuna, i tedeschi avevano troppo da fare per prestarci attenzione, così, grazie a Dio andò tutto bene.   (Quell’esperienza mi è rimasta impressa nella mente tra le pochissime divertenti della mia vita.)

                                           

    Il mattino successivo ci fu la svolta che cambiò radicalmente la nostra esistenza. Nella nottata una truppa d’americani era approdata in Cerreta, poi si era fermata nella prima casa che faceva capo all’incrocio di quattro strade. La casa in questione era a pochi metri da quella del Guerrieri, e perciò vicina anche a casa nostra. Lì ci abitava la Noemi del Fabbri con la sua famiglia.          

                                 

   L’euforia per questo avvenimento era alle stelle, tanto che alla signora vicina venne un’idea molto brillante. Brillante per lei e per la locca di mia madre,  sempre quieta e sottomessa, che non riuscì a contrastarla. Dunque: l’idea era che io andassi, di poco avanti a loro, incontro agli americani, con le braccia cariche di fiori, per salutarli. Frignai a lungo e m’impuntai. Avevo paura di tutti quei camion e camionette, dei carri armati e di una turba di militari che sembravano i padroni di casa.     

   Prima con le cattive, e poi con le buone, ventilandomi la possibilità che i soldati mi avrebbero dato tante cioccolate, mi spinsero ad andare. Con le braccia stracolme di fiori d’oleandro, mi spinteggiarono (facevo un passo avanti e quattro indietro) fino all’aia della Noemi, che sembrava trasformata in un campo di raccolta. Come la signora aveva previsto, l’accoglienza fu per me un trionfo. Passai da un braccio all’altro di quei giovani e piroettata per aria come fossi una palla.  Gli oleandri furono fissati ad una specie di retina che copriva gli elmetti dei militari. Erano belli con tutte quelle teste fiorite, e per un momento (dovetti ammetterlo) mi sentii rasserenata e felice.

  Quando si ritornò indietro avevo diverse stecche di cioccolata, ed altre di una pasta che sembrava di fichi secchi e altra frutta, che a me non piacevano.

  Ne mangiai e ne regalai, ma ne rimasero ancora parecchie

 

    Il giorno dopo, mentre mamma lavorava nell’orto, la signora mi chiese di farle vedere tutto quello che mi era stato regalato. Le portai tutto il pacchetto senza fiatare.  Lei, con aria grave asserì che le stecche di cioccolata erano troppo pesanti per una bambina e che mi avrebbero fatto male. “Meglio buttarle” disse, e io non ebbi la forza di fiatare.

  Tornai dentro casa soltanto con i fichi secchi. Avevo gli occhi lucidi.  Mamma, mi disse che ero stata una locca e che avevo bisogno di una lezione per imparare ad essere più accorta e; del resto, l’idea di offrire agli americani i fiori d’oleandro era stata della signora, quindi… Io accettai la sentenza senza fiatare, ma capii benissimo che mamma non interveniva perché, buona e sottomessa com’era, le mancava il coraggio di affrontare quella donna.

 

Il periodo che seguì l’arrivo degli alleati fu intenso d’avvenimenti.  Il primo fatto, ancora oggi scolpito nella mia mente, fu il ritrovamento di una bomba inesplosa dentro il fosso che  separava il nostro stradone dalla provinciale. Lo stesso dove mamma andava a raccogliere le foglie per fare il sapone.  L’ordigno era caduto a poche decine di metri dalla casa di Barontino e molto vicino allo stradello che scendeva e risaliva per consentire ai pedoni di attraversare.

  Per tutta la mattina fu un via vai di curiosi che andavano a vedere da vicino la bomba. Anche mio padre non resistette a quel richiamo e scese con altri verso il fosso. Gli chiesi di portare anche me, ma mamma non mi volle mandare.                                                                             

  Il fosso era molto vicino anche a casa nostra, perciò il tragitto da percorrere per raggiungerlo era minimo. Più o meno, trascorse una mezz’ora da quando babbo era andato là con un altro uomo. Il boato, tremendo, spaccò l’aria d’improvviso. Mamma urlò e anch’io, pensando a babbo.                                                                                                      

 Dopo poco  lui  tornò insieme all’altro uomo. Bianchi nel viso e spaventati, raccontarono che loro avevano guardato l’ordigno da una certa distanza, e di essere tornati subito indietro.

Qualcuno, invece, era sceso nel fosso per vedere più da vicino e…

  Un giovane fu preso in pieno e dilaniato. Non ricordo se ci lasciò la vita anche qualche altra persona.

  Poi gli avvenimenti  si  susseguirono con un ritmo serrato. L’inizio della resa dei conti segnò altri agguati, altri morti. 

  Da un apparecchio rudimentale che mio padre aveva trovato chissà dove giungevano continuamente nuovi comunicati.                   

   Era il 26 aprile 1945 (lo ricordo bene perché era il compleanno di babbo e mamma era riuscita ad organizzare una piccola festa) quando una voce gutturale ordinò: “Tutte le armi devono essere consegnate alle formazioni di volontari della libertà… Tutti i fascisti devono essere disarmati e fatti prigionieri…”

 

   Solo un giorno o due più tardi, la stessa voce comunicò quello che stava accadendo a Milano in Piazzale Loreto. Mussolini e la Petacci, uccisi,  penzolavano a testa in giù nello stesso luogo dove, nell’agosto del 44, era avvenuta una strage di civili, perpetrata dai tedeschi.  

Di giorno in giorno mutava anche la vita del nostro paese. C’erano più quiete, più speranza. Era il riscatto della nuova Maremma che, ancora una volta,  si riconciliava con la vita:  ma l’odissea  non era ancora  finita.

   La notizia arrivò tra capo e collo una sera. Parole scarne, fredde, di una cronaca  locale agghiacciante. Erano stati uccisi due uomini e una bimba che col suo gesto aveva insegnato la grandezza dell’amore incondizionato e supremo. 

  Come un Angelo aveva fatto scudo con il suo corpicino al corpo del padre che       

 stava per essere ucciso: quell’Angelo meritava lo stesso amore che aveva donato e tutto il nostro rimpianto.  Dopo cinquant’anni, il corpo di quella creatura fu  riesumato. Era ancora intatto.

 

  Avevo già compiuto sette anni quando, finalmente, cominciai ad andare a scuola. Mi sembrava un sogno.                                                                    

 Potevo anche andare a Messa la domenica, nella Chiesa situata nell’edificio della vecchia friggera, sull’Aurelia dov’era stata trasferita dopo che l’altra molto bella, dov’ero stata battezzata era stata dichiarata pericolante.

  Lì feci la Cresima. Avevo un bel vestitino celeste chiaro che mamma aveva fatto cucire da  Ugarita,  una   bravissima  sarta.   Mi   sembrava   di   essere   un’altra,   senza   quei

grembiuloni fatti di tela ruvida che m’imbalsamavano come una mummia. Non per niente, mio cugino Giordano mi chiamava “Monaca”

 

   Imparai ad andare su di una biciclettona di fortuna. Imparai a cantare gli stornelli a squarciagola. Scoprii, (prima non me n’ero accorta) che la vita era bella.

  Si, bella, ma… Erano trascorsi due o tre anni, o forse più, dalla fine della guerra. Era Venerdì Santo, quando nella nostra frazione, l’ultimo agnello, crocifisso dalla barbarie umana, lasciò la sua vita accanto alle mura della vecchia chiesa ormai sconsacrata.     

Lì alcuni depositavano i ferri vecchi che giorno per giorno raccoglievano  per guadagnarsi la vita..                                                                  

  Romano, era un ragazzino poco più grande di me.  Per lui non era cosa nuova cercare tra quei ferri: forse cercava di aiutare o si divertiva, ma le sue mani, quel giorno, raccolsero una mina.                                                                       

   L’olocausto di quel nuovo angelo chiudeva il cerchio perverso della guerra nella nostra cittadina.  Quella sera, in Processione, anche il Cristo morto sulla Croce doveva avere gli occhi pieni di lacrime.

  Ricordo che in un tratto d’Aurelia, e in parte sull’angolo con via Veneto era in costruzione un gran palazzo.  Sulle mura non ancora finite, erano state accese diverse fiaccole. Non c’erano lampioni, sicché il  tremolìo di quelle fiamme contribuiva a creare una  grande inquietudine.                                                  

  Il   clima di  preghiera, interrotta  dai  passi  sulla  strada,  dava l’idea di  vivere  un’odissea surreale. Qualcosa nell’aria faceva respirare la sensazione di  una  strana  presenza,  intangibile,  irritante,  come  se   un’entità  indefinibile  godesse  di   tanto  dolore. In molti guardavamo in aria, ma non c’era nulla  più di quel chiarore ambiguo di fiamma e quel fumo  sottile  che si alzava come una barriera a coprire qualche  timida stella.     

Smarrimenti del genere non dovevano sussistere.. Lo  sguardo riportato in alto, poteva, con gli occhi del cuore, vedere ben altro. I due Agnelli trafitti, così vicini: in realtà erano ben lontani da noi, portati dove non c’era bisogno di torce per far luce, tra le braccia di un Padre che li aveva accolti con amore. Questa consapevolezza induceva, malgrado tutto, a sperare in un mondo migliore.  Domani, sarebbe stato giorno di Risurrezione.  Il sole avrebbe di  nuovo sconfitto le tenebre.  Lì e altrove, la vita avrebbe ripreso a camminare…

 

 

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Intanto che il mondo cammina

e l’amore  ci quieta;

sul filo della speranza

la vita continua…

 

Irene e Niccolò Bertini 2007

 

 

 

 

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