IN MAREMMA
e oltre

LIDA MALERBI
I giorni spesi…….……………………………………………….......…11
Quel che ci cambia……………….…………………………...…...........12
Voci del tempo in Maremma…………………………………….....…14
Polvere di stelle…………………….…………………..……….............25
Un filo di tempo……………………...…………………..…….…...……26
Echi maremmani…….…………………………………..….….……......27
Attimi di dolcezza…....………...…………………………….…….….....28
Richiami di raccolta……………..……………………………….…..….29
A doppio filo……………………........……………………………..…….30
Primavera maremmana…………………………………………..……..31
Castagneto Carducci………………………………......………….….….32
.
Verso il mare…….………………….....………………………….….….33
La rabbia delle onde…………….....………………………….….…..…34
Pescatore………………….....……………………………………...…...35
Rondini in Maremma………...………………………………….…......36
Vecchio Rotone…………….....……………………………………..….38
I cipressi di Bolgheri……………...………………………………...…39
L’incanto del risveglio…...….…………………………………........…40
Sono figlia dei campi……………....…………………………...…..….41
Canto la mia terra……………...……………………………....….......42
....
Ruderi e rimpianti………...…………………………………...…...….43
Dopo il vento……….……………....…………………………...........…45
Sempre a capo……………….....…………………………....…….........46
Mare mare………………….....………………………….....……...…...47
La mano nascosta……….....…………..............………………...…......49
Il canto della vita…………………………………...…..........................50
Senza tregua……………………………………………………….........52
Le sirene…………………..……………………...….....……………......53
Viviamo stanchi……………….………….…………………….….…....54
Il nostro noi………………….…………………………………………..55
Tra il colle, la campagna e il mare…….………………………..…......56
Incanto dei primi mattini…………...............……………...….….…....57
La Serpilla……………………………………..……………..........…....58
Il podere della sera………………………………………...………..….59
Casa al Bambolo………………….....…………………………...…..…61
Tracce………………….………………………………...………..…….62
Luci e ombre………………………...…………………..……………...64
La musica più bella……………………………………...…………..…65
Avvento di primavera……………………………………………….….66
Notturno a Firenze………………….………………………...……....67
Un senso di sconfitta…………………………...…………………..….68
Sulle Dolomiti………………………………...………………...….….69
Dietro le finestre……………………………………...………...……..71
Volare via col cuore…………………………..…………...…………...72
Sassetta……………………………………...……………………..…..73
Casa nel bosco……………….………………………………………....74
La realtà…………..…………………...…………………………….….75
Scorci di vita…………………………………….………………….…..77
Scorci di vita
per stuzzicare la memoria
e riportare nell’anima
la filosofia della gioia quieta:
quella che si conquista
con poco più di nulla.

Bruna e Azelio - 1933
NOTA
Lida Malerbi è nata e vive a Donoratico di Castagneto Carducci (Li). Autodidatta, da anni scrive in prosa e poesia, dedicando ogni momento libero alla realizzazione di questa sua passione.
.E’ presente su alcune riviste e antologie importanti
Sotto, sono elencati i titoli di alcune sue pubblicazioni personali.
LIBERI DI VOLARE
SCHERZI DI AZZURRO
VIAGGIO A RITROSO
QUANDO IL CUORE VOLA ALTO
ECHI VAGABONDI
STRADA FACENDO
A TU PER TU CON LA VITA
PERLE D’ARCOBALENO
FIOCCHI DI LUCE
IL COLORE DELLA VITA
UN TETTO IN PARADISO
COME UN FUOCO QUIETO
All’improvviso IL CIELO
DI SOLE E DI RABBIA
Alcune di queste raccolte sono state pubblicate da diverse Case Editrici. Altre sono state curate dall’Autrice stessa e autopubblicate .
Dei premi ricevuti in concorsi di poesia e narrativa ne menzioniamo solo alcuni: Terzo Premio Amesty “Città di Fucecchio 1985” Premio Speciale della Giuria “Marcello Landi” Livorno 97- Primo Premio “Gala Solvay” Forte Dei Marmi 97 – Quarta Class. Premio “Giovanni Gronchi” Pontedera 99 – Terza Class. al Premio “Dolce Paese” Castagneto Carducci - 2001
Conf. “Honoris Causa a vita” a Norma dello Statuto Art: sette – per meriti acquisiti in favore della cultura, ricevuto dalla Presidenza del C.D.A.P. – U.P.C.E” Sutri 2001 –
Prima Class. per la narrativa “Dolce Paese” Castagneto Carducci 2002 – Seconda Class., al Premio Letterario Internazionale “Giorgio La Pira” Pistoia 2003.
Premio con targa di rappresentanza del SENATO.
Seconda classificata per la narrativa, nel Premio “Festa della Toscana”Castagneto Carducci - anno 2007.
XIV Premio Nazionale di poesia “SANTA TERESA” Rosignano Solvay Livorno, 23 settembre 2007- Diploma D’Onore e Premio Speciale della Giuria , con motivazione “Migliore poesia religiosa”
e la memoria resta,
leggera, in aria,
come un suono gaudioso
che si eterna

Roberto Giani e Ivana Mucci 1961
PRESENTAZIONE
Parlare di Lida Malerbi e della sua poesia che racconta gli affetti, le gioie, ma anche i dolori e gli affanni, di tempi duri e difficili, inquadrandoli in un periodo che sembra lontano di secoli, tra gente che faceva dell’amicizia e della lealtà una legge sacra da rispettare, non è certo facile per chi vive in un mondo assai diverso.
Gli affetti della famiglia, un modo di vivere semplice, fatto di pace e di serenità, un’attenzione alle cose belle del creato, un’osservazione profonda che fornisce una perfetta immagine di un mondo, che anche nella miseria, trova la forza di reagire, di scoprire ed apprezzare quel che di buono e di bello esiste nella vita, come la vecchia casa di campagna, quella di una giovinezza spensierata, il bosco, il cielo, il paesaggio, il mare, i bimbi e gli animali.
Lei che ama la sua terra, la stessa nella quale i suoi cari hanno vissuto con orgoglio una vita dura, difficile.
Lo stesso orgoglio che prova lei, oggi, nel sostenere di essere “figlia dei campi”
Di queste cose stupende ed importanti, parla questa poetessa autodidatta, che ruba le ore al sonno, per mettere sulla carta episodi e fatti di un grande valore umano, compiendo un’opera educativa e sociale, che ci riporta alla memoria tempi di vita diversi, dove erano l’amore, l’amicizia, e gli affetti e non l’avidità, la ricchezza e l’arroganza a dominare.
La sua poesia, è una lode continua alle cose belle e semplici che trova nell’acqua che scorre, nel vento “che spazza via le nubi”, nel mare corrusco, nella stupenda natura che ci circonda, nel chiassare festoso dei bimbi e nell’umile lavoro dell’uomo nei campi, la forza e la volontà per farci conoscere ed amare un tempo ed una vita ricca di ricordi, di bontà e di affetti che ne esaltano il contenuto e ne fanno una lezione di vita.
Giuliano Giuliani
A mio padre
e a mia madre
con tutto il cuore.
Dei giorni spesi
resta il seme amaro dei rimpianti
e l’inquietudine greve dei delusi.
Sospesa, mi aggrappo ad un filo sottile e logorato
da tutto il peso che ho dentro,
per ribaltare con insistenza il vuoto
esasperato
di chi ha chiuso ogni porta anzitempo.
Annodato tra presente e passato,
il volto dell’insoluto
oscilla come un orologio
squilibrato..
Di voi, mamma e babbo
ho ancora il notes
un po’ scarabocchiato
dove annotavate giorno giorno
gl’impegni, le sconfitte, i progressi
del vostro lavoro avaro e sottomesso
di operai precari e sfruttati,
ma fieri, onesti, buoni
e persino grati
di quella felicità che bacia i semplici
e rende quieta l’anima dei giusti
(indice) QUEL CHE CI CAMBIA 12
Quel che ci cambia, spesso
non è cattiveria.
ma la realtà confusa
che si annida nell’anima.
Quel replay di gesti
che ci fa vuoti d’intenti e di soddisfazioni,
strappa persino i sogni e gl’ideali
Ci rende ansiosi e schiavi,
di quella stupidità
che cuce gli occhi
e dissesta le intenzioni.
Eppure, il sole bacia tutti quanti,
e germoglia sulla terra semi, frutti,
suggestionando persino le stagioni,
l’acqua, gli alberi, gli animali.
e tutto quel che vive insieme a noi.
Per esser più sereni
ci basterebbe tendere le mani,
via dalle ambizioni, e dai soprusi,
paghi della libertà che ci fa uguali,
più fiduciosi e più grati,
per il grano che s’indora
e l’uva che matura nei vigneti.
Tra la terra e il sole,
abbondano frutti di stagione,
gioielli della natura e del sudore

Vita in Maremma 1961
Qui, (dove l’acqua putrida stagnava
in gòzzi feticidi e miasmi di fanghiglia,
la zanzara maledetta gorgogliava
e si esibiva in infestante danza,
tanto da seminare la malaria come l’erba
e mietere la vita
e la speranza
a chi, inconsapevolmente, gli s’ avvicinava)
ora vi gioca un’aria maliziosa
che profuma tutta la campagna,
riveste la terra
e ripaga l’ingegno e la fatica umana.

Podere Maremmano
(indice) Voci dal tempo IN MAREMMA 14
Consapevole di non obbedire correttamente ai canoni di sintesi, necessari alla descrizione d’eventi dolorosi, quanto noti, cedo volentieri, prima d’iniziare questo breve riepilogo della storia maremmana, la parola ad un “Grande” che, con due versi significativi, illustra le caratteristiche remote di questo tratto costiero esteso dalla Toscana al Lazio, oltre ad evidenziare com’Egli, a suo tempo, abbia individuato i confini della Maremma nella zona compresa tra Cecina e Corneto: oggi Tarquinia (Viterbo)
“ Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e involti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
Non han sì aspri sterpi, né sì folti
quelle fiere selvagge che in odio hanno,
tra Cecina e Corneto i luoghi colti. “
(Dante: inferno, XIII, 4 -.7)
Oggi, parlare della Maremma è un po’ come tuffarsi in un contesto connaturato e inquietante, anche se ormai è totalmente diverso da quello in cui stiamo vivendo. Certe realtà non si dimenticano.
La sua storia, lunga e dolorosa è passata attraverso i secoli come una spada bastarda che ha spezzato la vita a chiunque, nei periodi dell’impaludamento si è trovato, per caso o per lavoro, a calpestare il suo suolo. Un suolo vasto che comprende (ed anche nel periodo cui ci riferiamo, comprendeva) le pianure costiere del mar Tirreno, dalla Versilia all’Agro Pontino: ossia, la piana di Pisa, quella di Grosseto e il versante occidentale dell’Agro Romano, oltre ad altre minori pianure alluvionali lungo la costa.
Con l’alternarsi dei periodi, il territorio maremmano ha conosciuto numerose trasformazioni ambientali. Basti ricordare che ancora prima dell’occupazione medioevale, la Maremma ha ospitato presenze preistoriche, etrusche e romane, delle quali sono rimaste numerose testimonianze artistiche e storiche disseminate un po’ ovunque, su tutta l’area maremmana.Con un po’ di fantasia, oltre che per i tramandati della storia, si può capire che genere di vita ha concesso in determinate epoche, questa terra.
Di sicuro, i mutamenti eseguiti secondo i mezzi e le capacità disponibili, sono stati costanti e indispensabili fin dai tempi remoti.
Dalla storia che ci riguarda più da vicino, apprendiamo che le prime, vere opere di bonifica delle zone paludose, risalgono agli Etruschi, i quali sono riusciti a fondare Tarquinia, Vetulonia, Populonia e Ansedonia.
I lavori di bonifica sono proseguiti con i Romani. Questi, mettono in atto importanti accorgimenti idraulici ed altri mutamenti appositamente studiati. Molto importante è la pianificazione dei dislivelli negl’innalzamenti delle dune, (meglio conosciute come -I TOMBOLI), i quali ostruiscono il deflusso delle acque verso il mare, su lunghi tratti della costa tirrenica.
Così, grazie a tanto impegno, tenace e bene organizzato, il territorio perde le sue caratteristiche paludose, finché è possibile raggiungere uno stato di discreto sviluppo economico e il popolamento d’alcune zone costiere.
Purtroppo, con la caduta dell’Impero Romano, il diffondersi del latifondo e il conseguente abbandono delle campagne, alterano di nuovo l’equilibrio del territorio, determinando in maniera ancora più disastrosa, il fenomeno dell’impaludamento.
Di nuovo, ricomincia l’odissea tragica che spazza via i progressi e la speranza. L’esistenza diventa tale per modo di dire, visto che la storia tramanda una media di vita che si aggira intorno ai diciannove anni e mezzo soltanto.
Le acque stagnanti e putride infestano di nuovo tutta la zona e, con il loro fetore, alimentano la malaria.
Le sofferenze e le difficoltà sono inaudite per chi non ha possibilità di andare altrove, ed è costretto a lavorare in certe zone (specialmente nei periodi stagionali, durante i quali si svolgono i lavori per le bonifiche) per guadagnarsi un misero pezzo di pane. Il calvario delle “morti bianche” si ripete quotidianamente.
La gente sopporta con mesta rassegnazione i pericoli, gli stenti e le umiliazioni per un lavoro ingrato e sottopagato.
Infine, quasi che tutto ciò non sia abbastanza, questa povera gente deve difendersi anche dalle scorrerie e dal brigantaggio che imperversa in tutta la regione. A chiudere il cerchio di tanta grazia, ci sono l’analfabetismo e la mancanza totale di mezzi di difesa
La denutrizione gioca a favore di questa peste dannata che giorno dopo giorno si rimpinza di cadaveri e patimenti inauditi.
I giorni e le stagioni si avvicendano entro una monotonia che fa della vita un’abitudine priva d’ogni logica, compresa la consapevolezza di essere, di volére, di progettare. Tutto è niente…
Lo sfogo di questi poveri diavoli è bene espresso in un canto popolare che ci perviene da un ritratto che essi stessi hanno fatto sulla loro condizione.
E’ un pianto antico, desolato, che inquadra bene l’immagine storica di questa terra ingrata. Un canto che si alza in un intrigo di speranza e di mestizia, di coraggio e di sfida verso un destino che sembra non dar tregua. Si muore per vivere, per portare a casa un misero pezzo di pane, per allevare quei figli forse già destinati a soccombere, appena più grandicelli, per cercare di nutrirsi.
(indice) Testo della canzone 17
“Maremma Amara “
Tutti mi dicon Maremma, Maremma … Ma a me mi pare una Maremma amara.
L’uccello che ci va perde la penna Io c’ho perduto una persona cara.
Sia maledetta Maremma Maremma, sia maledetta Maremma e chi l’ama
Chi va in Maremma e lassa l’acqua bona Perde la dama e mai più la ritrova,
Chi va in Maremma e lassa la montagna Perde la dama ed altro non guadagna.
Sia maledetta Maremma Maremma, sia maledetta Maremma e chi l’ama...
Questo canto risale alla prima metà dell’ottocento, epoca nella quale hanno inizio
le nuove opere di bonifica in Maremma, stabilite dal Granduca Leopoldo II dei
Lorena. Tali opere, già molto tempo prima iniziate da un avo, il Granduca Pietro Leopoldo,
e successivamente da suo padre, Ferdinando III Granduca del Regno di Toscana, si
sono improvvisamente interrotte, causa la morte di quest’ultimo avvenuta per via
della malaria, contratta durante una sua visita di controllo ai lavori in corso, da lui
stesso coordinati nella vecchia Maremma.
La determinazione del giovane Leopoldo II a proseguire i lavori interrotti del
padre, coinvolge nuovi afflussi di gente, che per guadagnare qualcosa sfida la morte.
Il progetto del giovane Granduca prevede di liberare più ampie zone dalla morsa
delle acque ferme e dalla malaria, fino a rendere possibile l’incremento dell’agricoltura.
Al momento della morte di Ferdinando III, la Val di Chiana è già stata bonificata, e
il tentativo di risanamento su altre zone della Maremma è rimasto in via di attuazione.
La parte incompiuta è perciò la più indispensabile da risanare per raggiungere
un successo definitivo dell’opera. Impresa brillantemente portata a termine da Leopoldo
II, che i maremmani chiamano affettuosamente “Canapone” e dai suoi braccianti
e collaboratori, i quali sono i veri autori della rinascita della Maremma.
A lui dunque, e ai tanti disgraziati che hanno continuato a lavorare, spesso pagando
con la vita, è dovuto il successo ottenuto nella lotta contro la palude, previa la costruzione
di canali, strade, argini lungo i fiumi e altri intelligenti accorgimenti, oltre lo sviluppo dell’industria mineraria e d’alcune fonderie a Follonica
Intanto si compie il passaggio dalla pastorizia all’agricoltura: importantissimo
passo verso il progresso e la modernità.
Per secoli, irremovibile maledizione della Maremma: la malaria è sconfitta solo
nel 1954. La convinzione che la causa scatenante la malattia fosse da
imputare alle acque stagnanti e putride e alle loro
esalazioni fetide comincia a decadére verso il 1880, quando Laveran scopre l’agente patogeno che provoca la malaria, ma passano altri 18 anni prima che Grassi, uno zoologo, riesca a scoprire che l’infestazione è trasmessa dalla puntura di una zanzara.
Scoperta la causa del disastro si corre ai ripari, somministrando alle persone ammalate bisolfato di chinino in polvere, mentre in via preventiva è somministrato biclorato di chinino in confetti. L’informazione e i nuovi progressi della scienza contribuiscono ad ottenere la sconfitta totale di tanto flagello, e si può affermare che, da questo momento, la vita anche in Maremma, può tracciare il suo orgoglioso sentiero
Or dunque, consideriamo (come se anche noi li stessimo vedendo) gli scenari trasmessici da Dante, attraverso quei personaggi fatti capitare in un tratto dell’antica Maremma “non frutti, ma stecchi avvelenati; non fronde verdi, ma boscaglia cupa e contorta, regno di cinghiali, i quali odiano i luoghi coltivati ...” ma al tempo stesso, sovrapponiamo agli stessi altri fondali, altri contrasti, finalmente meno inquietanti.
Si discosti il canto disperato lungamente echeggiato in quell’inferno inamovibile, immondo, e si spenga il pianto antico, ormai sostituito dalla speranza e dal riscatto.
Oggi, annientata la malaria e vinto il latifondo con la riforma agraria, attraverso la fondazione dell’Ente Maremma e con l’assegnazione dei poderi ai contadini; la Maremma è diventata una zona quieta e rigogliosa, stupenda nei suoi contrasti, talvolta aspri, di terra grezza o coperta di miriadi di colori, avvolta nei profumi floreali, di resine e salmastri. Gioiello che interseca gioie e splendori al resto del territorio, grazie all’ingegno e al sacrificio dell’uomo che con tenacia ha sconfitto l’abisso, e pian piano ha aperto la porta ad un autentico paradiso.
.
Lida Malerbi
Date e altri dati storici: da Wikipedia ed Ente Maremma
“ MAREMA AMARA “
Oggi, sei ‘na gran
BELLA MAREMMA

Campastrello
Bella terra dai mille colori,
terra dei nostri padri…
Oggi,
il sunto dei tuoi
immensi progressi
è riflesso
nel sorriso radioso
dei tuoi bimbi,
nell’armonia
dei tuoi quieti paesaggi
(indice) E' nell’orgoglio di esser granocchiai 21

Marco Mattioli Donoratico 1989
Il futuro
è come una conchiglia.
Geloso,
custodisce in sé
l’amata perla.
Quella inimitabile e più rara:
quella dell’esultanza
e della forza.
Quella,
che la bambina
scopre un po’ alla volta
nascosta tra i segreti della via,
Nell’aria profumata che la sfiora,
nei sottintesi che le insegnano la vita…

Francesca Mattioli – Donoratico 1995
La sera scende sul mare
lentamente
e spegne il brulichio del fuoco sulle onde.
Si posa quietamente sulle stesse
un pulviscolo di stelle
e le riaccende.
Rientran le paranze
con le vele abbassate.
Vicino al molo,
altre barche dondolano assonnate.
Questo è il momento più bello
per pensare
a quel che ha fatto per noi il Creatore

e finalmente sognare …
(indice) 26
penso a com’erano ieri
questi stessi sentieri.
Alla luce gagliarda
che ora irradia sui campi:
su questi stessi terreni
allora invasi da insetti
e acquitrini malsani
Un filo di tempo
tra presente e passato,
teso,
scorre tra le ali del vento
e annoda il futuro
entro un abbraccio superbo.
Poi, si affaccia di nuovo
un insieme ormai quieto:
dai ricordi ancor vivi
e se, adesso,
con lo sguardo accarezzo
prati verdi e odorosi,
di sicuro non scordo
che lo devo al martirio
di tanti fratelli.
Tra i colli e il mare
una maremma orgogliosa
adesso ride
e ci riempie gli occhi di splendore.
Intanto lussureggia
nell’incantata valle
che all’uno e all’altro, così,
senza sembrare,
infonde quiete e traccia il suo
confine

Mauro Lami e Compagni – La raccolta delle olive
(indice) ATTIMI DI DOLCEZZA 28
Mi scrollo degl’impegni
rimasti sospesi
e ritorno alle risate dei bimbi
nel giardino davanti
e dietro al pallone
che sfreccia vicino alla strada.
Ascolto Hendy
che abbaia innervosita
per quel frullo improvviso
che la sfiora e rimbalza
accanto alla porta di una casa
vicina.
S’affaccia una donna stizzita
con in mano una scopa.
L’agita in aria (pare
minacciosa)
invece sorride: scuote la testa
in segno d’impotenza
e dopo un po’ rientra.
Sembra che la dolcezza
non c’entri in questa cosa, ma
la verità è un’altra.
Il tripudio delle voci,
dei colori e di certe reazioni
è il riverbero dei doni più
preziosi
che cade tra le mani
disattente di noi umani
(indice) RICHIAMI DI RACCOLTA 29
Un persistente suono scende dall’alto
e s’intriga nella valle radiosa
che schiuma
sotto le luci inquiete della sera.
Una rondine vola senza posa
e querula in richiami di raccolta
dei piccoli spiccati ai primi voli:
ancor con poche penne e traballanti
felici di quegl’indici di cielo
che si abbassa giocoso sugli stessi,
tanto che pare quasi li accarezzi,
indicando loro
altri nidi, altri fratelli, altri paesi.
Il bello della vita è nella complicità
che lega gli elementi

Niccolò e Giolly
Lame di fuoco squarciano il broncio del cielo.
Le gocce di pioggia, cadute da poco,
rilucono come perle sul terreno
suscitando l’emozione del risveglio.
Armonizzano il cuore che, uguale alla stagione,
ride o piange secondo il proprio umore,
inquieto e senza finta
come l’anima nostra, costantemente assetata.
Un doppio filo deve tenerci stretti
e unirci a quel Dio dei quattro venti
che strapazza le case, le cose,
i nidi, e pure noi …
Intanto,
matura i frutti e sparge le sementi
per i raccolti nuovi…
Un bacio e uno schiaffo
e si tira avanti.

Fiorella Burlacchini
(indice) PRIMAVERA MAREMMANA 31
In questo tempo di risveglio
un’eco astrusa
ravviva scorci di vita,
affronta l’avventura del restauro,
ne coglie il senso d’infinito.
Ritorna nel vento un sospiro leggero,
si posa sui rami ancor secchi,
si sofferma sui nidi,
risveglia i pollini
e i germogli si rifanno vivi.
Un nuovo fremito esala dalla terra,
la scuote, la colora.
Nell’aria c’è un guizzo d’armonia
che ci raggiunge e ci scalda.
L’emozione è come sempre nuova:
amica cara a farci compagnia,
e insieme a noi docile respira
la futilità vagabonda, di questa primavera
ancora appena sveglia.

Marco Francesca e Quinzy. Sole e tenerezze

Dell’oro che ti riveste si ha un bel dire,
anche in giornate di nubi più spesse,
quando le crepe delle mura annose
traboccano il fiato secolare
in storie veraci e straordinarie
come fossero perle da donare
al viandante incantato e un po’ curioso
che va per la discesa fino al Borgo
e verso il Belvedere
per tuffarsi con lo sguardo
fin giù al mare
che luccica inesausto sul fondo valle
e a perdita d’occhio si confonde
insieme al cielo
entro un abbraccio grande.
Scendo dai colli al mare con studiata
lentezza
e guardo l’ultimo sole rosso fuoco
giocare tra le onde di un mare capriccioso
in lotta con le luci del tramonto
che paiono incendiarlo.
Un sospiro di vento sfreccia bizzarro
dal finestrino aperto
e porta odore di fieno e di grano maturo.
Un’allodola concerta sopra un ramo
d’olivo
e si cheta al mio passaggio, ma
dopo che il motore è quasi spento
l’odo di nuovo, mista ad altro canto.
Castagneto sonnecchia
sotto un pulviscolo dorato che ancora
l’accarezza e, imperterrito,
sembra accordare la sua quieta resa
al complotto ardito della sera
che pian piano l’adombra.
La pianura, manto d’indescrivibile
bellezza, sembra spalancarmi
le sue braccia
e suggerirmi di raggiungerla più in fretta.
Di rituffarmi ancora, come bimba,
nei campi biondi e in mezzo all’erba alta,
dove squittiscono lucertole e s’intrecciano
ali di farfalla,
mentre una pace estrosa forgia l’anima,
(anche la più inquieta)
con un’armonia che è d’anacoreta.
la rabbia delle onde
soverchia il silenzio e si diffonde
per l’inquieta valle:
fin su, ove prende piede il colle
e Castagneto s’affaccia per guardare.
Il mare parla senza soste al cuore,
anche se è oscuro e di cattivo umore.

Luca Bertini – fiume Seggio – Marina di Castagneto C.cci.
(indice) PESCATORE AL SEGGIO 35
A Giancarlo
I riflessi dell’acqua ti pungono il viso
e accendono scintille nel tuo sguardo.
Ti guardo, mentre superbo
saetta il primo lancio e la lenza scatta
verso il fondo.
Senza indugiare, individui le acque
più profonde e più pescose.
Ti lasci andare, il braccio teso al fiume
e la mente già lontana a sorvolare,
essa stessa esca, silenziosa e indomabile
alleata, mentre un vento burlone
ti accarezza.
Dal fondo, intanto, un raggio
s’ingarbuglia
sulla fronda alta e giù rimbalza,
increspandosi giocoso insieme all’acqua,
mentre un primo pesce, ingenuamente
abbocca.
La tenete dipinta sulle ali
la voglia di tornare ai vecchi nidi,
all’orché la terra muta nei colori
e si prepara, nuova ogni volta,
tra mille altri incanti a riabbracciarvi.
Ed ecco:
non più grevi nei voli e gli occhi stanchi
come monelle riesplorate
i picchi selvatici dei colli e i tetti rossi
malati di nostalgici ricordi.
Anche la valle vi tenta con i suoi fiori
- rinnovata primavera –
ed è un’alcova segreta a richiamarvi
ad una ad una, quasi amaste sempre
quelle stesse culle rotte
sotto le grondaie e nei fienili
sparsi lungo i campi,
dove la vita ha vinto la sua vita
col sudore di uomini tenaci.
Così, da enormi lontananze,
quiete e insonni, ecco… ritornate
e insieme con noi ancora un po’ restate,
ad infonderci letizia, pace e amore
o miti sorelle, rondini maremmane.
36
La fatica fisica non è equiparabile all’esercizio
dell’intelligenza,
ma nel campo delle utilità di più si presta

Gino Malerbi - Lavori nella nuova Maremma1 959
Non mi pare estranea neanche ora
nonostante tanti sfregi sulle mura
e l’eco ormai dispersa in ogni crepa,
visto che il tempo, da un po’
ha fatto man bassa
cancellando le impronte una alla volta
e cambiando a tratti la fisionomia
di quella tenuta grande e grigia
che era asilo alla mia famiglia
Tra poco, lo so, ti rifaranno nuova
o vecchia casa
e sarà un cancellare alla memoria
la vita di tre bimbi infelici
e di una mamma
arresa alla sua sorte maligna che
troppo presto l’ha colpita e calpestata:
stillicidio impietoso alla sua breve vita.
Sappi, nonna Argentina:
io non ti ho conosciuta ma,
credi a me,
in fondo al cuore
ti ho compresa e amata

Sabatina Balestri 1932
I CIPRESSI DI BOLGHERI

Chiacchierini e svettanti
i cipressi sul viale di Carducci,:
che dall’Aurelia si allungano fin su,
a toccare Bolgheri,
continuano la favola dei giorni
attraverso le stagioni e via
con gli anni,
più o meno come fosse ancora ieri,
quando il Poeta vi passava innanzi
e dialogava con loro
e con i suoi sogni
cimentandosi in versi singolari,
floridi di ricordi e aneliti paesani,
quasi a toccare l’anima agli stessi
che riversavan su di lui gli sguardi
birichini e sognanti
di monelli giocosi,
figli di una natura senza inganni.
La stessa che, sincera,
brilla ancora oggi .
e intanto
senza soste né ritardi
semina a piene mani sui domani.
(indice) L’INCANTO DEL RISVEGLIO 40
In questo labirinto incantato
un fremito di luci s’insinua tra i tronchi,
accende riflessi dorati tra i rami,
li scuote fino a renderli inquieti.
Vicino, si sente il profumo sottile delle resine.
L’incanto del risveglio si solleva,
inebria la mente e il cuore.
Un canto lontano, nell’aria,
sembra mutarsi in esultante sinfonia,
si dilata e straripa sulle fronde della collina.
La quiete, preziosa, alimenta la memoria,
rievoca i momenti andati, le chimere del cuore.
Mi perdo con dolcezza
nel bisbiglio sommesso della sera
fino al limite estremo dell’incanto: finché stanco
lo sguardo si fissa lontano, si accende
e nell’opalescenza multicolore
si confonde e si perde.
Mi sento come un’esca
indifesa sull’amo esigente della fantasia.

Pranzo nei campi 1959
(indice) SONO FIGLIA DEI CAMPI 41
Sto vestendo di ricordi i miei pensieri
per ritrovare intatti i giorni e i luoghi
che nel tempo han coinvolta la mia vita.
Sono figlia dei campi, ed amo rivedere
la mia storia tra i solchi bruni appena arati,
tra i filari di viti e tra gli ulivi,
nell’incanto superbo dei tramonti
che mi hanno accesa nella fantasia
donando al cuore mio la tenerezza
utile ad alimentare la speranza
e l’incanto eterno della poesia

Sabatina e Lida - Adorna Uliana
Giordano – Bambolo 1941
(indice) CANTO LA MIA TERRA 42
Sottovoce io canto la mia terra,
ed è come se nascesse in me
una melodia, dolce e profonda,
cullata dal dondolio dell’acqua
alla Marina
e dal fruscio di fronde alla pineta,
per risalire su, per la campagna
quieta e rigogliosa
fino al veemente cinguettio della collina,
dove si estende tanto intenso il verde,
si da sembrare arcane pennellate
lasciate in eredità da qualche artista
che, come me, amava la sua terra,
tanto da immortalarne la bellezza.

Baratti 1972
(indice) RUDERI E RIMPIANTI 43
Guardando la vecchia Torre di Donoratico
Incappucciato, entro un velo sottile e
frastagliato, pronto a rituffarti nell’azzurro,
vecchio rudere sempre più sbrecciato,
a me piace guardarti da lontano
e dialogare con te, con i pensieri, per riportare
a monte, in mezzo ai voli, i concetti nostalgici
e i ricordi di un ridere innocente di bambina.
Mi appari ardito nella trasparenza, alte le mura
e la veste corrosa, dove il sole,
proprio come allora,
gioca a rimpiattino insieme all’ombra.
Tu, di storia ne sai davvero tanta, ma certo
non ti ricordi più di quella starna
che mi riconosceva e mi seguiva
quando venivo su col grembiulino
e le tasche stracariche di grano
per rimpinzare i nidi del tuo regno.
Te la ricordi più quella vocina
che amava intrufolarsi
nella selva cinguettante della tua cintura?
La sua smania di cantare
doveva farti tenerezza
se risvegliavi echi alla fiancata rotta
e li rimbalzavi giù
per la pianura.
Ti ricordi più di babbo e mamma?
Li coprivi di doni ogni volta: castagne, funghi,
more per la marmellata
e Dio sa quante altre cose ancora.
La sera giungeva sempre troppo in fretta e,
ricordi?
Ci allontanavamo da te malvolentieri
e scendendo giù per la scarpata, ti salutavamo
intonando un canto della nostra terra:
“ Tutti mi dicon Maremma Maremma
a me mi pari 'na Maremma amara…

Campagna maremmana – La Badia 1995
Mi sveglia il canto del gallo, raro,
in questi tempi di motori e d’inganni
Apro la finestra e guardo fuori.
Il vento di mare soffia a vari nodi e
in quattro e quattr’otto spazza via le nubi,
impedendo la pioggia ed altri intoppi.
Tra poco, il sole accenderà i colori.
La vita, adeguerà i sentieri ai passi suoi
e i sentimenti torneranno ad esser contrastanti
sui tanti perché che ci rendono inquieti e scoraggiati:
eppure, la vita insegna che siam noi
i grandi autori dei nostri pensieri
e i precursori delle nostre azioni.
Non è che dovremmo un po’ riequilibrarci?

Barbara – deliziosa massaia – Donoratico
Il subbuglio del vento
rompe di nuovo le finestre e il tetto:
poi continua da bestia
il suo viaggio, senza por mete
al suo vagabondaggio,
finché non emerge nel suo stesso moto
un senso d’inutilità
contro sé stesso e verso il mondo
che, sebbene sia un disastro,
non si arrende al suo dominio squilibrato
e, con tenacia e slancio,
ricomincia daccapo
a costruire il suo prezioso impero.
L’uomo, da sempre è un gran
guerriero, e di sicuro, non lo ferma
Il vento.
Campagna toscana 1923
La tua voce senza voce ci sommerge
col delirio capriccioso delle onde.
e ci riporta indietro quel clamore
pullulante di vita e di contese
che si celano all’interno delle acque tue
tortuose o chiare e profonde
come i pensieri racchiusi dentro il cuore
eliso all’umore tuo
imprevedibile e scostante
come il canto tentatore delle tue sirene..

Alla Colonia Lodolo sulla barca di salvataggio
Marina di Castagneto Carducci 1957
Questo scherzo di vento che mi spettina
solletica i pensieri e la memoria.
Ad un fiume mi abbandono, turgido nelle vene
come questo sole pieno che mi sfida.
Fossi la bimba di ieri, mi arrancherei
per l’erte sassaiole che portano in alto
dove il vento diventa ubriaco
e passa il suo tempo in schermaglie.
Lo sanno anche i tetti, giocosi pionieri,
che la futilità non c’entra in questo scherzo.
Il lavoro da svolgere si fa sorridendo
quando il cuore è pulito, come fa questo vento.
La stagione che muta ha sete d’opera buona,
e a goccia risponde con sponda:
intanto, la vita vi approda, diventa creatura.
Oggi, allo stesso modo di ieri…
Io li ricordo i bei giorni, nei quali,
andavamo nei campi, con grandi cappelli di paglia
e il carro trainato da bianchi giovenchi,
tra cesti, corbelli e le risate dei bimbi…
Ce n’erano tanti ogni volta e, insieme,
aspettavamo col pane appena sfornato,
il bambolotto di pasta che mamma
aveva scolpito utilizzando un avanzo
per farci giocare.
Dopo, ricordo, ascoltavamo Miglio, mio nonno,
dir di cose lontane che pure lui aveva udite
e in parte vissute.
Di tempi remoti, di lavoro, di luoghi.
La sua bella Maremma… “Quanto cara!” diceva.
Poi riprendeva: “Era terra malsana ma nel grembo
celava impensati tesori e, noi, usando testa e sudore
un po’ alla volta li abbiamo trovati.
Oh, i maremmani…Gente rude, robusta, sincera.
E schioccava le dita: era anche lui di Maremma.
Così, il vento d’ora, non sembra,
ma è la vela d’ ieri
che va verso i domani.
Lui non muta e non invecchia.
È la mano nascosta che raccoglie
e risemina le radici e la vita.
Placide coltri sulla pelle scura,
un sonno breve e subito è ridesta.
Seni turgidi, fianchi sinuosi…
In gran misura, sempre, ce ne sono di lodi
e nomignoli appropriati
per definirne tutta la bellezza,
ed allo sguardo che dall’alto scruta, eccola!
INGENS DIVITAE offrirsi a noi radiosa.

Quando non c’era la falciatrice. Toscana 1927
(indice) IL CANTO DELLA VITA 50
Col primo risveglio, l’anima
si prepara ad essere violata
dalla rottura dei rumori senza tregua
che ci frastornano da mane a sera
portando via quiete ed armonia,
ma l’uomo, come di solito si adegua
e senza indugi va per altra via.
Ed ecco che intervengono i colori e i sentimenti
a rendere più indubbia la certezza
di trovare in ogni caso vie d’uscita
e rimediare a quest’ipocrisia
che sta usurpando il dono della vita.
La speranza è come un eco
in lontananza. Ti gioca dentro,
come una farfalla maliziosa
che succhia pollini di fiore in fiore,
per depositarli chissà come e dove,
riseminando ibridi e chimere
nel campo sterminato delle nostre incertezze
La difesa, sta nel cogliere
i momenti alterni alle preoccupazioni.
Nel rinverdire tutti quanti i giorni
che ci appaiono triti e demenziali,
con quesiti meno ottusi e più sereni
finché avvertiamo d’amare meglio
anche noi stessi, le nostre doti, i nostri difetti
Il dono della vita,
non è come il proclama di una strega,
non gioca d’astuzia e non inganna
perché è il sale di tutta l’esistenza
Ci dev’essere un modo
per dimenticar la sfiga che condiziona
ogni nostra scelta e, intanto che il tempo
un po’ ubriaco vola, maglio per noi,
se ritroviamo in fretta,
qualche grammo d’ottimismo e di fiducia.
Negli occhi e nell’anima
a melodia della natura
diviene fonte di vita

Bruno Macumelli e il cucciolo. Campagna fiorentina
Una bazzecola di vento
semina pollini tra i solchi del campo,
inquieta il bosco e, con un frullo improvviso,
alza le gonne e spoglia del cappello.
. Refola tra l’erba capricciosa
che come il mare ondeggia e trascolora
mentre la vita intorno si riassesta,
paziente e laboriosa, sempre nuova,
sempre bella.
La sua fortezza non è nella speranza,
ma nell’attimo che prima la sconquassa
e poi la sprona a non arrendersi mai
alle contrarietà né alla sciagura
La vita (si sa) è una lotta senza tregua…

Vendemmia. Campagna Toscana 1959
Hanno un’abitudine speciale
le Sirene
(quelle che perlopiù adorano
il sole)
danzano quando appare qualche
nube e, dopo,
indugiano a cercare altre risorse,
quasi che il cielo le possa ascoltare
e rinviare triboli e tempeste.

Roberto e Valeria – Foto di Luciano Cionini - Rosignano 1969
La tele... scandisce notizie sugli ultimi avvenimenti,
con priorità assoluta ai più importanti.
Ascoltiamo attoniti e sempre più scoraggiati
da ciò che avviene nel mondo e intorno a noi,
ma ormai assuefatti, non riusciamo più a meravigliarci.
e viviamo stanchi delle tribolazioni e degl’inganni
dei soprusi consumati sopra i marciapiedi
.
Fuori le mura di casa, la vita fa paura:
meglio non cercare l’avventura
e ritornare agli echi di una volta,
quando bastava poco altro, oltre ai funghi e la polenta
a rendere serena una giornata via dall’altra,
finché arrivava la stagione nuova
e i frutti dei campi sulla mensa
avevano il sapore di una Grazia.

Giancarlo. La pesta dell’uva nei tinelli. 1961
Nessuno conosce e può dire
le finalità di un vagare
che non ha regole,
che incanta e confonde,
invita e respinge, promette
e non sempre mantiene.
Nessuno ha verità indubbie
da certificare e garantire.
Vivere in sintonia con il cuore
è il fulcro essenziale
del nostro fabbisogno interiore;
perché in effetti,
non si può fare a meno d’amare
né di desiderare d’essere riamati.
Le fronde non colloquiano
con i rami,
se non per mezzo del vento
che li scuote entrambi,
rendendoli coscienti
che non si equilibrano gli uni
via dagli altri.
Proprio come noi
e i nostri fantomatici giorni.
(indice) TRA IL COLLE, LA CAMPAGNA 56
E IL MARE
Mi piace camminare lungo i cigli fioriti dei fossati
e sui bordi dei campi,
dove le stoppie scoppiano tra i piedi
e i giovani grilli fan salti mortali.
Mi piace respirare l’aria fresca, profumata
dagli umori appena svegli,
l’essenza delle erbe, le resine, le rugiade silvestri,
fragili, trasparenti,
docili al tatto
come sono le lacrime dell’uomo.
Mi piace veder crescere il giorno, tra i prati
verdi o multicolori e nell’argento ciarliero degli olivi.
Mi piace ascoltare il pigolio dei passerotti dentro ai nidi:
lo squittire febbrile di lucertole
e altri animaletti,
in cerca di cibo e altri ripari
adatti per i futuri connubi
e l’arrivo degli eredi
Mi piace l’odore del fieno e del grano maturo.
Mi piace guardare dall’alto verso il basso,
quando lo sguardo spazia fino in fondo
e si annega in un mare di velluto,
verso gli spazi variopinti dei terreni e i casolari sparsi.
Mi piace frugare tra le nebbioline ovattate
di certe sere, nel guado primaverile,
quando tutto si placa e il sole si prepara per salpare
tra spaccati di nubi e onde incendiate
verso un nuovo orizzonte.
Mi piace salutarlo, mentre lentamente si dissolve:
poi seguirlo idealmente, per vedere dov’è
che va a sbarcare la sua luce
e se l’altra faccia che va ad illuminare gode,
oltre che di bellezza, anche di pace…
(indice) INCANTO DEI PRIMI MATTINI 57
Li abbiamo conosciuti tutti e poi dimenticati
(Il cuore non dovrebbe fare certi scherzi)
L’incanto dei primi mattini non ha uguali
e scivola passo passo sui sentieri
mentre i sogni vestono i giorni
e le stagioni maturano i frutti e mutano i colori.
La verità dei Segni è a mille strati…
Un uomo li conosce quasi tutti, eppure,
stranamente
è come non li avesse mai compresi,
e tira avanti senza mai fermarsi,
dimenticando i sogni, i Segni
e tutto l’incanto dei suoi verdi anni.

Amo tessere, su tele immaginarie,
le conchiglie raccolte sulla duna alta
davanti alla Serpilla.
La chiamavamo così da bambini,
quella casa rossa, adesso diroccata,
che funge da rimessaggio per gli attrezzi
e per una barca rotta
o dove si annida qualche coppia
in cerca di carezze e tenerezza.
Per giungervi, devo attraversare
la boscaglia di canne alla palude,
incontrare qualche biscia sulle acque,
poi arrampicarmi sulle pietre smosse
delle scalette, per arrivare su, fino al portone.
Dentro, uno stanzone misero di luce
pare conservi ancora odor di pane,
di vino e d’orzo abbrustolito.
E’ ancora intatta la mensola al camino,
con sopra i barattoli del sale e il macinino.
La pietra focaia, la cenere,
il paiolo con residui di polenta, gli alari
la paletta e una tendina ricamata
alla finestra.
Tutto, come se la vita potesse ritornare
consistenza, ma Cesare e Mirella,
da tempo ormai, sono sull’altra sponda.
(indice) IL PODERE DELLA SERA 59
Udivo il respiro affannatoogni mattina
e il passo claudicante per le scale
di pietra consunta.
Era il Podere della sera quello,
ed io, ospite non permanente,
indecisa, sulla decisione
di chi voleva aprirmi
ogni giorno la porta,
graffiavo d’inquieto le vesti
di un sogno, esitando.
Intanto, guardavo nell’angolo mesto
le mani tremanti di Rita
imbastire toppe già stinte
ai calzoni di Leo.
E l’odore dei ceci a bollire.
Di fuori, anche i campi
parevano stanchi..
Sull’aia di fronte, l’acero alto
scosso dal vento,
sembrava ad un tratto
scarnirmi i pensieri.
Nelle prode, sui cigli, la vita fioriva
nei ciuffi spontanei con tenero verde
e la rondine sotto la gronda, paziente,
al restauro della nuova stagione
fremeva
con battiti d’ali più svelti
Qualcosa sembrava fermarsi sulla corda
del pozzo, ogni volta che il secchio,
con un tonfo, calava a raccogliere
lucide perle.
Dal muricciolo di sassi, nere brigate
muovevano verso le crepe
e sulle ruote scassate
di un carro in disuso.
Dalla stalla, l’odore stantio
annodava in silenzio
il presente al passato
con fili di paglia oscillanti
e il libretto della pensione
dimenticato
nell’angolo salvo della mangiatoia.
Pensavo che forse, una stella, domani,
avrebbe potuto fermarsi a raccogliere
i frutti della vecchia stagione..
Al Podere della Sera, da tempo,
la notte recava confuso uno strano disegno.
Colpi di tosse sui gradini del giorno
tramavano intanto, delicato, un raggiro
e imbrigliavano il cuore.
Un flutto di musiche insolite
giocavano astruse nel vento.
Intanto dicevo
scendendo le scale di ruvida pietra.
“Domani ho da mettere uova
alla chioccia, pulire la madia
e piantare gerani.
Rita e Leo, ormai, non possono più
star da soli.
E’ in questa casa che abbracciai la luce
in un giorno di radiosa primavera,
per poi volare libera e serena
nei luoghi ameni in cerca della vita.
Di mamma ricordo ancora adesso
il viso bruno ed il sorriso buono.
Di babbo, l’aitante corpo snello
e la voglia di vincere su tutto.
E delle mura che mi han vista bimba
ostinata mi ritorna la visione
della semplicità che l’avvolgeva
dietro le vesti che ora son mutate e adattate
per trasformare in reggia il bel podere,
solo poco fa, rustico e solare.
Per questo, mi si voglia perdonare,
se l’occhio scava sull’antica mole
a ricercarne le sembianze amate,
e se una lacrima sopra il davanzale
può infastidire il Bambolo oggi illustre
che ancora mi stuzzica nel cuore
risvegliando melodie nascoste
ed echi di voci e favole lontane.
Bambolo 1939
E’ un frastuono senza echi
quello che mi raggiunge dalla strada
e saturo rimbalza nella stanza vuota.
L’orologio è fissato sulla stessa ora.
Ombre sulla parete.
Foto sbiadite appese e qualche specchio
a rimandare il grigio catturato al vetro.
Della mia casa, adesso,
rimane il muro a secco quasi accovacciato
e il sentiero fangoso
che va dall’acquedotto verso l’alto,
peregrinando dai cespugli al tronco
di qualche castagno mezzo spoglio,
finché raggiunge, ormai quasi ansimando,
l’asfalto grigio e teso come un nastro
Asfittica traccia del progresso.

La “ Casa nel bosco” 1967
I passi dell’uomo hanno stazioni d’andata e di ritorno
entro il cerchio vizioso del destino
che li traghetta tra la terra e il cielo

Nettuzzo e Adorna Balestri con parenti – Le Sughere 1930
E’ un vespro d’esultanza, quest’intreccio di luci
che sfora nei pini l’alta chioma e tutto intorno indora.
Ormai, neanche l’erba reclama altra rugiada alla sua sete insaziata,
giacché il sole la nutre e la solleva
rendendola orgogliosa di se stessa.
I pascoli son desti già da un’ora e brucano con lenta parsimonia
Il pasto ha da durare una giornata e, la vita,
va vissuta con acume e avvedutezza.
La sanno anche gli animali questa cosa:
così, nonostante l’impotenza a pronunziar parola,
con i gesti raccontano che ben conoscono regole e natura,
tanto da adeguarsi a tutto con fiducia,
anche se, la stessa è veramente poco ben riposta.

Pascoli nella bella campagna toscana 1949
(indice) LA MUSICA PIU’ BELLA 65
Non c’è musica più bella
di un frullo d’ali
o di un fremito nell’erba ,
ma purtroppo,
c’è anche un albero bizzoso
che fa lo scioccherello
e per ingannare il tempo
intriga il vento ad altro suono
quasi fosse un violoncello,
mentre un falco incavolato
usa il becco per contralto,
tanto è vero che una zita
s’allontana inviperita
ma ritorna poco dopo
perché ha da saldare un conto
con l’ignobile fringuello
che ha rubato il suo lombrico.
Poco dopo, un porcospino
invia frecce al suo vicino
mentre quello è tutto intento
a pulire il suo mantello,
sì che, colto alla sprovvista,
mette in atto la vendetta
e gli ruba la merenda.
In tutto questo parapiglia
c’è una cosa molto bella:
ce la insegna la civetta
col suo canto di raccolta
indirizzata alla famiglia
che a sé vuole riunita
in previsione della sera.
Ma nel bosco non c’è sosta
e, come sempre, ad ogni ora,
c’è chi canta, chi lavora,
chi si sveglia o, ancor meglio,
senza fretta, si nasconde
e s’addormenta.
Una brezza leggera
mischia ai muschi l’ebbrezza
del salsedine.
L’onda sale leggera, sciaborda
sui ciottoli e schiuma alla battigia
rompendosi in rivoli bizzarri.
Tra i colli e il mare,
l’aria avanza con passi ieratici
e confonde l’equilibrio dei luoghi,
con voci, voli e profumi,
annunciando l’avvio d’ogni stagione
nuova e, più deciso ancora,
l’avvento lieto della primavera.

Laura Malerbi – P.Fancelli Donoratico 1963
(indice) NOTTURNO A FIRENZE 67
Cade una stella
e tra le pieghe dell’Arno si confonde
mentre Firenze,
preda di un’inquietudine costante,
si adegua al trambusto che
anche in piena notte
distoglie il sonno delle cose, tutte,
e persino ne disturba l’anima sacra
duttile e leggendaria.
Eppure, si può affermar che ancora sogna…
Dal Belvedere la città si prostra
in mille effusioni
entro un letto di luci scintillanti
e spazi multicolori, ivi creati
tra l’opacità dei giardini addormentati
e la fugacità dei tetti:
si, che le cupole maestose
dei suoi straordinari monumenti
sembrano guardiani instancabili e gelosi
della storia che un dì li ha collocati
com’eterni cimeli di un’epoca riposta
e risvegliata
da quell’amore indomito che sprona
a conservare intatta la bellezza
di tanta gloria e impari poesia,
perché la gente sua ne sia orgogliosa
(indice) UN SENSO DI SCONFITTA 68
C’è un senso di sconfitta
nell’inquietudine silenziosa della sera
L’ombra avanza,
spegne e scolora ogni cosa.
Frantuma e discosta
l’atto della fatica
sull’opera umana
e della stessa natura
che si arrende senza lotta.
Tutto si annulla
per rifarsi attesa.

Dina e Annamaria – Le Caselle 1960
A volte, mi è sembrato che il cielo
mi sfiorasse più da vicino.
Le dita tra i capelli
e tanti aghi d’oro entro lo sguardo
che frugava instancabile e curioso
per le serene valli sottostanti e, più su,
in alto,
ove il volo lento e magnifico di un falco
scriveva nell’azzurro
favole di folletti maliziosi
e gnomi e insetti – tanti – aggrappati o nascosti in mezzo ai sassi,
tra il pietrisco degli argini franosi
che stridevano arzilli sotto ai piedi
intanto che arrancavamo sui sentieri
di Lavaredo e dintorni.
A perdita d’occhio, il tetto grigio chiaro,
frastagliato, da paesaggio lunare, rideva
in periodi in cui non c’era neve
e mi stuzzicava un senso d’irreale,
fino ad ispirarmi arcane fantasie.
Più tardi, in altra sede,
il verde imbruniva lentamente
e il fiume a valle, magico e argentato,
come un serpentello sinuoso
faceva nascondino tra le varie asperità
del territorio
o tra le case, a tratti raggruppate
come fossero intorno ad un focolare.
La vita gravitava, più giù, lungo le strade
e sulle cabinovie sempre affollate
che parevano ammiccare controluce
e dire: “Che vuoi fare? Da sempre
c’è chi scende e chi risale.”
Dopo, l’oscurità calava a ponte
tra cielo e terra ad ingoiar le cose
e risvegliare tra armonie nascoste
tanti sogni ammalianti dentro il cuore.
Persino il frastuono dei tornanti
si scheggiava nell’aria in mille echi
e, quasi quasi, sembravan tanti canti.

Abetone 1972
(indice) DIETRO LE FINESTRE 71
Chiaro albore dentro
e tende vaporose sopra il vetro.
La vita c’è, ma non si vede
che un misto d’ombre sfocate alla parete.
La sera irrompe, sorniona come sempre,
intorno alla tavola pronta per cenare.
Qualche giornale, la televisione
con le solite storie tragiche o balorde…
Qualche bimbo che corre, qualcun altro
che ride, tal altro che mangia, gioca o già dorme.
Tante LEI sommerse tra stoviglie e padelle.
Con il pancione o mal di schiena o di testa o di gambe
e tante, tante cose da sbrigare
Qualche LUI che stanco borbotta, si allunga, sbadiglia,
finisce i conti, sorride o si arrabbia.
Gesti consumati dal logorìo della giornata.
Musiche, voci, bisticci,
poi ci sono le gioie, i dolori, i segreti.
La storia di sempre in tutte le case.
Palpita l’anima dietro le finestre.

Dietro le finestre
(indice) VOLARE VIA COL CUORE 72
Di oltre cento – P - ho piene le tasche
ma non è educato andare oltre.
La verità, in qualche frangente
ha colline spigolose e propaggini rischiose,
utili da evitare.
Ci sono cose che non si possono dire,
altre che non si possono fare,
e men che mai cambiare…
Volare via col cuore
è il solo modo per non naufragare
Non solo rese dunque, ma intuire
oltre il limite della sopportazione e,
mai dimenticarsi, per cercare di vivere
secondo le regole adatte all’occasione.
Cogliere al volo i segni, gettando al vento
il seme dei rimpianti e, semmai,
per liberarsiaggrapparsi come i bimbi agli aquiloni.

Manuela Doveri, Mariano Grechi e Andrea Mattioli
Cinema Ariston - Donoratico 1982
Tra i sassi, la parola emerge viva,
quasi a voler fiorire le alte mura.
Il castello medioevale, il borgo,
la tua Chiesa..
Vecchia Sassetta,
plaga armoniosa e solitaria,
dal verde dei colli ingentilita
e di bagliori ornata a primavera:
tra gli astri toscani ti fai stella,
come un Presepe ti accendi
a notte fonda.
Pace stupenda doni.
Chiare le voci e l’acqua, dalla terra,
argentine pulsano
in sintonia con l’aria fresca,
da mane a sera, senza tirchieria.
Più dentro ti ravviva
lo scalpiccio dei passi sulla pietra,
giù per i sentieri scabrosi
oltre Via Buia e poi in salita,
fino alla piazzetta e al corso che dirama
per la Castagnetana
verso le cave del marmo e la vallata.
Più a sinistra,
verso i boschi più folti e la collina alta.
Chi ti conosce bene s’innamora
e, pur se la vita trascina per altra via,
puoi star tranquilla, che prima o poi
ritorna.
Di un rapido abbaglio t’incendi,
sospesa, quasi nuvola grigia che annega
in un mare di fronde oscillanti.
E ristai supina, aspettando,
con le basse finestre ormai chiuse,
che qualcuno ti porti una voce
che ritorni a brillare la luce.
Un cuore, di nuovo, che palpiti in te
e rechi d’intorno, più caldo,
un guizzo gioioso che spezzi il silenzio.

Valeria e il gatto Titto 1971
La realtà è nella profondità della vita
inquieta e bella
come l’onda alta
che abbraccia e bacia l’onda più piccina.
Nella capacità di attrarla a sé
e portarla via
verso una meta sconosciuta e rara.

Concetta Moroni e Italiano Mucci 1923
Può sembrare un’esigenza sciocca
lo sguardo vagabondo di una donna
che scava nel suo mondo di bambina:
ma il cuore lo sa.
che tutto resta
di quel che bello o brutto l’ha sfiorata,
baciata o, perlopiù colpita,
tipo una cicatrice capricciosa
adagiata sulla pelle ormai assuefatta,
ricordo di una beffa dolorosa
da trascinar con sé tutta la vita

Carlotta e Gino Giovannini - Guidalotto
Ho sempre pensato che ciascun essere umano nasce alla vita in due fasi diverse, ben distinte. Prima, quando si affaccia alla luce e, confusamente, si addentra in un mondo di forme inconcrete: dopo, accade quando la piccola mente comincia a catturare gli avvenimenti e ad elaborarli. Quando comincia a comunicare con il prossimo e con se stesso. Attraverso quest’ottica, posso affermare che il primo bagliore cosciente della mia vita, quello che ancora s’ indugia nel ricordo, mi ha sorpresa in un viale alberato, di fianco alla gran casa chiara del Bambolo: la stessa dove sono nata.
Qualcuno mi teneva per mano con troppa energia. Mi divincolavo e urlavo, finché arrivò, senz’altro giustificato, lo scappellotto. Dopo, mia cugina Angiolina mi prese in collo e mi asciugò il viso. Babbo e mamma erano fuori, al lavoro.
Io ero affidata a zia Virginia, la massaia più vecchia di casa, e a mia cugina. Dopo quest’episodio, ne ricordo un altro in modo ancora più chiaro, perché mi segnò nel corpo in modo violento, e per tutta la vita. Accadde ancora durante la mia breve permanenza nella casa del Bambolo. Piccolissima, mi trovavo in una cucina immensa, scura. C’era un focarile largo e basso con il fuoco acceso.
Fuori stava piovendo e faceva freddo. Di solito, mi rannicchiavo nel cantuccio del camino e mi scaldavo. Anche quel giorno feci lo stesso, finché da sotto mi raggiunse la voce di babbo che tornava dal lavoro. Svelta, ero scesa per corrergli incontro, ma il fiocco del grembiulino rimase impigliato all’alare che sosteneva un ciocco. Fu solo un attimo. L’alare girò su se stesso, il fuoco schizzò dappertutto e la parte incandescente del ferro mi si posò sul polpaccio. Ancora adesso ho sulla gamba destra una cicatrice tonda come una grossa mela. Il bianco al centro indica dove il ferro scavò anche nell’osso.
Del trasloco avvenuto poco tempo dopo non ricordo nulla. Ricordo però molto bene com’era allora la casa dei Giovannini (alias Bucicche) dove andammo ad abitare. Era una casa grande in mezzo agli ulivi e ai vigneti, ed era abitata anche da altre famiglie, oltre che dai proprietari stessi. Senza alcuna riserva, posso affermare che quello è stato il periodo più bello della mia infanzia; forse per la spensieratezza di bimba piccolissima, per la mamma finalmente sempre vicina, (babbo lavorava alle cave della Solvay), per i giochi fantasiosi con gli altri ragazzi.
C’era tanta gioventù in quella casa. I figli di Giovanni Giovannini, Mario, Gino, Piero: poi c’erano Artimina, Liliana e altri ragazzini, figli degl’inquilini vicini e infine io stessa. Mario era il più grande, io ero il caganido. (La più piccola del nido)
Distese d’ombrelli aperti facevano da casa ai nostri giochi, specie se pioveva. Non ci si poteva muovere tra tutti quei manici accostati, ma a noi sembrava un’autentica reggia Ricordo Carlotta Giovannini, un tesoro di donna.
Lei aveva una paura pazzesca dei rospi e quando le capitava di trovarseli tra i piedi, nella pozzanghera vicina al lavatoio, fuggiva via come un diretto, urlando, mentre noi bimbi ridevamo come matti.. Ripensandoci, scommetterei che Carlotta simulava apposta la paura per farci divertire. Eran talmente pochi i divertimenti anche per noi piccini, tanto che i grandi, talvolta, si piegavano ai giuochi per farci felici.
Mamma parlava spesso con Carlotta e con Felice e Annita, le altre inquiline. Parlavano di noi ragazzi, dei nostri malanni, ma sopratutto esprimevano, quasi sottovoce le preoccupazioni di tutti i giorni e le previsioni sconfortanti per il futuro.
Avevo notato che loro ridevano assai poco, e poi c’era qualcosa di strano nei loro
c’era la farina, perché i nostri primi raccolti non erano pronti, né c’era possibilità di comperare poiché babbo i suoi pochi soldi aveva dovuto impegnarli per pagare le bestie e le sementi Ad ogni fornata che faceva, me lo regalava nonna Maria un panettino fresco e profumato, e quello aveva davvero il sapore di una grazia del buon Dio. Per noi bimbi, i giorni erano abbastanza sereni e gli avvenimenti che via via impensierivano i grandi per noi erano solo diversivi. Spesso sentivamo parlare dei fascisti, così ben presto imparammo a collegarli a degli uomini che quasi tutti i giorni si facevano vivi. In genere, mangiavano, e bevevano, guardavano dappertutto e facevano domande a tutto spiano. Dopo un certo periodo, dovettero accorgersi che eravamo innocui e, finalmente ci lasciarono in pace. Continuavano però quotidianamente i giri bassi e lenti degli aerei “ le cicogne” in ricognizione sui campi e sulle case. Le sere e le notti erano illuminate a giorno da una specie di stelle cadenti che i grandi chiamavano “ bengala.”
Il nome “ Partigiani” era tabù tra noi, perché, anche se non si vedeva, una spia poteva sempre essere a portata di voce. Non ci si fidava più neanche dei vicini di casa. Era ben noto, infatti, anche a noi ragazzi, che i fascisti e i tedeschi stavano cercando proprio i partigiani. Nessuno parlava, ma tutti sapevamo che sui colli ce n’erano tanti, aiutati da persone che per loro rischiavano la vita.
In casa, la sera, si doveva stare con gli scurini chiusi per non far vedere la luce di fuori, ma questo, almeno per la mia famiglia, non era un dramma, perché non avevamo petrolio e le candele erano pochissime..
Intanto, ogni giorno eravamo in pericolo. Le mitragliatrici avevano cominciato il loro concerto prendendo a bersaglio i posti vicini e lontani.. Dai monti arrivavano, attutiti dalla lontananza, i tonfi dei cannoni: ormai era lotta senza quartiere. Al piano si temevano le rappresaglie. Gli uomini sospettati di aiutare i partigiani erano interrogati e diverse volte purgati con l’olio di ricino. Un giorno;: non so se con una bomba o con una cannonata, fu colpita la casa della maestra Nesti, sull’Aurelia. Gli aerei passavano a stormi di decine con il loro carico di morte e ci facevano rabbrividire. Si sapeva che andavano a bombardare le.città e i grandi centri. Si parlava di deportazioni., di gente che all’improvviso scompariva. Una ricetrasmittente di recupero gracchiava la sua cronaca funesta.
Il Bambolo, (oggi Donoratico), forse perché allora era ancora scarsamente popolato, (da poco era stata debellata la malaria, e le costruzioni, quasi tutte raccolte sull’Aurelia, si potevano contare sulle dita) era una zona a basso rischio; infatti le formazioni di bombardieri non si sprecavano per noi. Ma le insidie erano quotidiane e impreviste. Ormai si perdeva anche la cognizione delle cose, delle esigenze e persino del tempo. Si viveva giorno per giorno, senza previsioni per il futuro. Chissà perché, in qualsiasi periodo di stagione, avevo sempre freddo. Noi bimbi assorbivamo lo scoramento dei grandi come un castigo che ci privava di tutto. . Salva qualche rara eccezione, non si poteva più giocare gli uni a casa degli altri, perché i genitori avevano paura a separarsi da noi.Ci fu negata anche la festa di Sammeo a Castagneto. Per i grandi, la rinuncia non rappresentava gran cosa, perché chi voleva poteva lo stesso pregare il Santissimo, ma per noi quella era l’unica gita fuori porta e la possibilità di procurarci una bambolina o un palloncino. Non si poteva andare a scuola. Non si potevano fare né dire cose senza il permesso dei genitori
Mi era consentito giocare con il gatto, entrare nel gabbione dei conigli a colloquiare con loro. A volte, raccoglievo vicino casa i volantini colorati gettati dalla “ cicogna” o dai mezzi militari. Su quei foglietti e sui pochi, vecchi libri che mi aveva regalato la Maria del Saggini, e con l’aiuto di mamma, iniziai a leggere e scrivere.
Ogni mattina, mamma si raccoglieva in preghiera:. La udivo dire: “Grazie Signore per averci fin qui aiutati. Metto nelle Tue Mani anche questo nuovo giorno. Proteggi e dona benedizione a noi e a chi lotta per la pace.”
Intanto cominciarono ad esser pronti i nostri primi raccolti. Almeno lo spauracchio della fame cominciò ad allontanarsi. Finalmente c’erano il pane, le verdure, la frutta, le uova e anche un po’ di carne di coniglio e di pollo.
Ogni tanto babbo riusciva ad andare in un posto chiamato Saline. Da lì portava giù dell’acqua che mamma bolliva fino a farla diventare sale, buono per cucinare e per condire. Il sapone per lavare, mamma lo faceva in casa utilizzando un’erba che cresceva in un fossato vicino, poi aggiungeva soda caustica, grasso e non so che altro. Una volta freddo, il sapone andava spezzato; mamma riempiva d’acqua il bidone della bollitura e lo sistemava dentro la pila del lavatoio.
Un giorno, attratta da quella rannata bianca e scivolosa, pensai bene di lavarci il gatto. Lo lavavo spesso, perché la sera dormiva nel mio letto: perciò pensai che con tutto quel sapone sarebbe diventato ancora più pulito. Decisa, immersi il gatto nel bidone e cominciai a spazzolarlo, ma lui poco dopo cominciò ad urlare come un matto. Voleva uscire a tutti i costi, e per riuscirci non mi risparmiò graffi sulle braccia e sulle mani.
Finalmente ce la fece a tirarsi su e a scappare. Per un po’ di giorni non lo vedemmo. Non capivo perché si era tanto arrabbiato, visto che di solito era docile.
Mamma mi chiese la ragione delle mie mani insolitamente arrossate e piene di graffi e della sparizione di Micio. Saputo cos’era successo, mi rimproverò e mi allungò uno scapaccione. Umiliata, corsi via piangendo. Non capivo… Capii tutto qualche giorno dopo, quando Micio fece ritorno. Era impaurito e non voleva essere toccato. Non lo riconoscevo, sia per il comportamento, sia perché, poverino, era tutto spelacchiato.
Piccoli episodi inquietanti continuavano a tormentare i nostri giorni.
Un pomeriggio d’estate, io e mamma stavamo nel campo vicino casa a raccogliere frutta, quando un aereo cominciò a sorvolare sopra di noi a bassa quota. Impaurite (temevamo che ci avrebbe mitragliate), cercammo istintivamente di scappare.
Forse insospettito da quella corsa a campo scoperto, l’aereo si abbassò ancora di più e cominciò a fare giri sempre più stretti sopra di noi. Nel frattempo avevamo raggiunto degli ulivi grossi e frondosi dove ci riparammo, ma l’aereo si era abbassato fin quasi a toccare la cima delle piante, girando attorno..
Quel supplizio durò un bel pezzo, finché all’improvviso, con uno scatto repentino, l’aereo sfrecciò alto e in un batter d’occhio, si allontanò senza più tornare indietro. Il giorno dopo, io avevo la febbre alta e si sentì male anche mamma.
Erano trascorsi solo pochi giorni da quest’episodio, quando una squadriglia d’aerei prese di mira la ferrovia.
Alla Cantoniera del Pianetto, (una zona della Maremma, situata tra Donoratico e San Vincenzo) abitavano mia zia Nastasina e zio Tosello con le figlie Ivana e
Anna, nata da poco. Benché piuttosto lontano da dove noi eravamo, lo sgretolio dei colpi di mitraglia raggiungeva il nostro udito e l’istinto faceva il resto. Nonna, nonno e mamma erano preoccupati, noi ragazzi piangevamo impauriti.
Soltanto alcune ore più tardi si riuscì a sapere che il peggio non era avvenuto per puro miracolo. Infatti, come avevamo previsto, gli aerei avevano preso di mira la Cantoniera e dintorni. Zia Nastasina era sola in casa con le bimbe.
Spaventata, era uscita e aveva raggiunto il viale che dalla ferrovia si collegava all’Aurelia. Quando gli aerei si erano ulteriormente avvicinati, zia aveva messo le piccole dentro il fossato coperto dai pini che fiancheggiavano la strada e si era distesa sopra i corpicini delle figlie.
Gli aerei avevano mitragliato avanti e indietro, a lungo. Le sventagliate delle mitragliatrici non le avevano raggiunte, ma zia aveva la testa e le spalle martoriate dalle pine che tranciate dai colpi erano cadute a grappoli.
Ormai, la paura era come il pane quotidiano. Si cercava di esorcizzare il pericolo con le preghiere, le astuzie e qualche grammo d’illusione che ci consentiva di continuare a sperare.
Quelli che abitavano in paese erano terrorizzati, non tanto dagli aerei quanto dall’arrivo continuo di tedeschi. Cominciarono gli sfollamenti. Con mille precauzioni, le genti abbandonavano le case più esposte e si rifugiavano un po’ qua e un po’ là per le campagne. Alcuni negozi chiusero i battenti e cominciarono ad esercitare alla meglio più all’interno della campagna, in rifugi di fortuna prestati dai contadini.
Persino le funzioni in Chiesa furono sospese.. Gli apparati indispensabili per celebrare furono portati in una carraia abbastanza grande, messa a disposizione dalla famiglia Guerrieri. Per fortuna i Guerrieri abitavano poco distante, almeno qualche domenica avevamo la possibilità di andare a messa.
Il clima di tensione che si respirava toglieva il sonno. Tante erano le notti in cui, a luce spenta, mi piazzavo davanti ai vetri della finestra e guardavo il cielo. Vedevo le stelle cadere e chiedevo grazie di pace. Poi mamma mi adagiava sopra il letto e mi lasciava dormire fino a tardi.
Una confusione che non aveva niente d’usuale, quel rincorrersi di notizie che passavano di bocca in bocca lasciando una scia di sgomento e d’ulteriore paura, arrivò tra capo e collo in una giornata che si era annunciata abbastanza serena.
Si diceva che un fatto molto grave fosse accaduto sulla sterrata (oggi Via della Resistenza) Sarebbe stato il caso che qualcuno andasse a vedere
Nessuno però si decideva: muoversi quando c’era confusione era molto pericoloso.
Dopo qualche indecisione, infine babbo e zio Nettuzzo tagliarono per i campi fino al luogo del disastro.
Quello che era accaduto, lo raccontarono costernati al loro ritorno. Due giovani del paese, che tutti conoscevamo bene, erano stati uccisi dai tedeschi.
Un uomo, che si trovava nei paraggi del luogo in cui era avvenuta la tragedia, aveva visto tutto e raccontò i particolari di quel feroce assassinio.
“Tutto è avvenuto nel giro di pochissimo tempo. Io stavo vicino e ho visto il carro con le bestie che si avvicinava. Lo avevo quasi davanti quando sono arrivati i tedeschi.
Visto il carro, quelli lo hanno fermato e hanno guardato cosa c’era dentro. Hanno cominciato subito ad urlare. Non si capiva quello che dicevano.
I ragazzi hanno cercato di spiegare che andavano in campagna, ma loro sembravano
iene. Ho capito che li avevano scambiati per partigiani. A nulla sono valse le spiegazioni dei due giovani. Poco dopo ho visto la cosa più terrificante che ad un essere umano può capitare di dover vedere. Trovati gli utensili necessari, i tedeschi hanno costretto i due ragazzi a scavare una fossa. Poco dopo, li hanno falciati con una scarica di mitraglietta. Vedete, sono ancora là, uno accanto all’altro…”
Così, persero la vita Paris Carrai e Dilvo Creatini. Era il 23 giugno 1944.
Intanto arrivò un nuovo inverno. Quell’anno cadde abbondante la neve. Io la vedevo per la prima volta. Per tutto il giorno mi divertii come non accadeva da tempo, ma Il mattino dopo, purtroppo, ci fu una nuova, amara sorpresa.
I gabbioni erano spalancati e vuoti. Qualcuno nottetempo aveva rubato i conigli.. Le tracce sulla neve fresca indicarono da che parte erano stati portati, ma babbo non poté far niente per recuperarli.
A parte quell’episodio, i giorni scorrevano in modo abbastanza calmo. Babbo lavorava come il solito. Io mi divertivo a far girare una macchinetta sul fuoco per abbrustolire l’orzo, mamma filava la lana che aveva tolto dal materasso per farmi un maglioncino. Nessuno però s’illudeva.
Sottovoce arrivavano notizie d’agguati, di tradimenti. I bollettini che riuscivamo a captare parlavano di città devastate dalle bombe e di gente che doveva fuggire per evitare la deportazione. Si sussurrava che in alcuni luoghi si uccidessero anche donne e bimbi con il gas. La paura serpeggiava come una scossa elettrica. Il motto di casa nostra era di stare uniti. Sempre insieme” ripeteva babbo e, chissà perché, il suo viso diventava sempre scuro scuro..
La novità che in seguito avrebbe chiarito questo suo comportamento, arrivò una sera in cui eravamo andati a veglia dai nonni e dagli zii. In tavola, ricordo, c’erano i cenci, un altro dolce fatto in forno, del caffè d’orzo e un fiasco di vino rosso. Senza indugiare troppo, cosa che fece sobbalzare mia madre che non si aspettava una cosa del genere, mio padre annunziò che intendeva prendere con noi nonno Silvio.
Il disappunto di mamma per quella sortita inaspettata, fu contrastato dai parenti che davano ragione a mio padre.
“ E’ ingiusto, ” dissero all’unanimità “nelle condizioni in cui siamo lasciare un uomo solo per il mondo”
Fatto sta che, neanche mio padre era entusiasmato dal suo ritorno. Io ascoltavo e non capivo. Capii dopo, quando pian piano, babbo, incoraggiato dai parenti, si lasciò andare ad uno sfogo che,sicuramente lo liberò da un peso.
“Della mia gente conosco poco o niente, perché mi pa’ non ha mai parlato di loro. Da altre voci ho saputo che nel ceppo di famiglia ci sono stati, e forse ci sono, pezzi in su e benestanti. Di sicuro hanno cominciato i parenti di vecchia data, ad avere avuto questioni d’interesse.che li ha guastati. Sembra che si siano litigati e separati quando mi pa’ era piccino. Lo stesso dev’esser successo tra mi pa’ e su pa’. Forse tra fratelli o sorelle, se mai sono esistiti. Io non so nulla di nessuno
In ogni caso, per me, le tracce d'er mi babbo giovane cominciano da Guardistallo.
Lui ha poco e soltanto parlato di quel posto. Non so se quando si è sposato stava ancora lassù o era già a Castagneto.
Io sono nato a Castagneto in una casa che credo appartenesse al Conte, situata proprio sulla strada principale del paese, (quell’edificio, anni dopo, diventò un asilo curato dalle monache)
Quando, da quella casa ci siamo trasferiti giù al Rotone, un casalone nella vallata tra Castagneto e l’Antica Torre di Donoratico, io ero ancora piccolissimo.”
Intanto che parlava, babbo tormentava un angolo della tovaglia, e con lo sguardo sembrava frugare lontano.
“Oggi, ricordando quel posto mi viene un mòzzo sullo stomaco. Mio fratello Canzio,
ormai grandicello lavorava nei campi con mi pa’, mentre Guido badava alle cose di casa, perché la mi’mamma era sempre malata e non ce la faceva. Col passare del tempo, la nostra vita diventò un inferno.
La terra non rendeva niente e, in pratica, si pativa la fame. Mi ma’, ormai era in un fondo di letto, paralizzata. Lui lavorava senza sosta, ma non riusciva a racimolare altro che miseria. Piuttosto che chiedere aiuto ai suoi, perché qualche parente ce l’avea di sicuro, s’empì di debiti fino al collo. Ad un certo punto cominciò ad affogare la disperazione nel vino. Si ubriacava e diventava cattivo.
Io passavo i giorni con mamma.
Accanto al suo letto, stavo ore ed ore con le braccia tese, per reggere le matasse di lana che lei dipanava. Se mi addormentavo, mi svegliava con un colpetto di forbice dalla parte dell’impugnatura.
Non si rendeva conto di quanto quei colpetti fossero dolorosi, specie sulle mani.”
Improvvisamente, mio padre s’interruppe e tese le mani. Mani dure, callose. Le tese in avanti col palmo in giù. “Specie qui, sulle noccole” Disse con rabbia. Subito riprese a tormentare la tovaglia.
“Se le stavo più lontano si arrabbiava, se piangevo lei rideva e piangeva.. Non era più lei, il male e le privazioni l’avevano distrutta.
Per me e i miei fratelli non c’erano giochi, non c’era la scuola, non c’era la merenda e tante volte neanche la cena.
Morta lei, potei avere un po’ di libertà. Andavo nei campi e cantavo. Ci mettevo tutto il fiato, tanto non c’era nessuno. Inventavo una storia dietro l’altra e, ogni volta, mi sembrava di essere il protagonista.
Era bello, perché alla fine mi sentivo un altro.
Un giorno, sullo stradello, passò a cavallo un uomo e si fermò incuriosito dalla foga che mettevo in quel canto. Mi disse che ero bravo, poi mi fece un sacco di domande. Dopo mi salutò e mi disse di continuare a cantare.
Seppi dopo che era il signor Conte.
Qualche tempo dopo venne un uomo a prendermi e mi portò al castello di Castagneto. Io lo seguii un po’ intimorito, perché non ne capivo il motivo.
Al Castello c’erano diverse persone. Il signor Conte m’invitò a cantare. Dopo di allora mi ha chiamato tante altre volte. Alla fine della serata mi dava sempre una bella mancia e, a me sembrava di toccare la luna.
Dopo un certo periodo, ci siamo trasferiti tutti al Bambolo. Nessuno di noi tre era andato a scuola, ma i conteggi si sapevano fare. Lavoravo anche la notte per pagare i
debiti fatti da mi pa’.
Canzio si sposò e portò in casa la Virginia. Se non altro, si cominciò a mangiare qualche piatto di minestra decente. Nacquero Giovannino, l’Angiolina e Beppe.
Più tardi, Guido sposò la Nunzia di Barontino e nacque la Lidia
Finalmente si cominciò a vivere in modo dignitoso e soddisfacente. Infine conobbi lei (senza voltarsi additò mia madre) e pensai di accasarmi.
Mi pa’ continuava a bere e fare cavolate, era la nostra croce. Sembrava insopportabile
finché all’improvviso n’arrivò un’altra ben più pesante. Si vede che non si dovesse aver pace.
Per uno stupido ascesso ad un dente, a Guido venne la setticemia nel sangue.
Avea neanche trent’anni. Non ci fu nulla da fare. Bastarono tre giorni per strapparcelo e fu di nuovo l’inferno. Stanchi, provati fino all’osso, nessuno di noi si sentì più di tenere unita quella famiglia scalognata: sicché la Nunzia ritornò con i genitori e i fratelli, portando con sé la bimba. Canzio trovò una casa in Loc. “I Daini” e ci andò con i suoi. Mi pa’ andò garzone da un contadino e io, che nel frattempo m’ero sposato ed era nata lei (accennò a me) mi trovai un lavoro stabile alle cave della Solvay e tornai nella casa di Bucicche, al Guidalotto. Il resto lo sapete”
Nonno Silvio arrivò una sera che era ora di cena. Mangiò con appetito e disse poche parole. Era stanco e preferì andare subito a letto. Passandomi vicino mi fece una carezza sul capo. Notai che con sé aveva portato solo un tascapane sbrindellato con pochi stracci dentro.
Quando il mattino dopo mi alzai da letto, lui lavorava già da un pezzo.
Se gli passavo vicina mi sorrideva, ma di solito aveva il muso lungo e dimostrava d’essere scontento. Però non era cattivo e lavorava come un ciuco.
Così, la vita a quattro cominciò a scorrere abbastanza tranquilla, tranne per il fatto di quella mannaia costantemente sospesa sulla testa che era la guerra.
Sui colli, i cannoneggiamenti si facevano più intensi e gli agguati erano costanti.
La preoccupazione e la paura correvano sul filo del silenzio che sigillava la bocca.
Un giorno babbo e mamma mi portarono con loro al Pianetto. Questa era (ed è) una zona della maremma, situata tra la ferrovia e la pineta che c’èra a ridosso del mare. Là babbo aveva dei campi che doveva coltivare. Sul percorso dell’Aurelia c’era un via vai insolito di mezzi militari, tanto che babbo con il suo carro agricolo doveva stare stretto sul marciapiede, perché le bestie s’impaurivano.
Si giunse a destinazione con un sospiro di sollievo. Babbo e nonno si misero subito al lavoro. Mamma zappavo vicino a me e io mi ciondolavo sull’altalena improvvisata da babbo. Era una giornata splendida, e tutto intorno era quieto, ma un rombo assordante si sollevò all’improvviso e ci raggiunse, in un attimo. Era uno stormo d’aerei, subito seguito da un altro, e poi da un altro.
Babbo e nonno legarono le bestie ad un albero e ci vennero vicino. Non ce l’avevano con noi ma lo stesso ci terrorizzavano. I tonfi delle esplosioni arrivarono poco dopo.Intanto sul nostro capo continuava ad intrecciarsi il via vai degli aerei. Non l’avevano con noi ma, lo stesso, mettevano addosso una specie d’incubo.
Di corsa, raggiungemmo l’unica casa che c’era abbastanza vicina. Era ora di pranzo. La famiglia Galligani aveva la tavola apparecchiata con tutto pronto, ma loro s’erano riuniti sul terrazzino e guardavano lontano. Ricordo che c’era un buon profumo di zuppa di cavolo. Appena ci videro, c’invitarono a salire. Da quella posizione si poteva vedere cosa stava succedendo. Alte colonne di fuoco e di fumo, spezzate via via dal bagliore accecante delle esplosioni, si sollevavano più a sud. Laggiù c’era l’inferno, e quello era Piombino. Lo stavano bombardando.
Quella specie d’apocalisse durò un bel pezzo, poi gli aerei tornarono indietro e si dispersero. Di giorno in giorno cresceva un fermento maligno.
Continuamente arrivavano notizie di paesi interi presi di mira. Luoghi, anche in Toscana, dove accadevano eccidi di massa. Senza pietà erano trucidati vecchi,
Finalmente sbarcarono gli americani. I tedeschi che ormai avvertivano la sconfitta erano più che mai pericolosi. Pur muovendoci da casa solo per necessità estreme, cupi e minacciosi ce li trovavamo sempre tra i piedi.
Una sera, era quasi scuro, arrivarono un paio di camionette con un manipolo di soldati con le armi in pugno. Agitati, dicevano cose che non si capivano.
Solo uno, in un italiano stentato ci chiese se avevamo visto qualcuno. Noi continuavamo a non capire..Cercarono dappertutto, poi finalmente se n’andarono
Il perché di quell’incursione ce la spiegarono poco dopo il nonno e zio Nettuzzo.
Noi, dentro casa, non c’eravamo accorti che era caduto un aereo. Neanche oggi so dove sia andato a sbattere: so però con precisione che il pilota si gettò col paracadute. Nonno Emilio, dal terrazzino di casa sua l’aveva visto planare proprio in fondo al suo campo. (Quel campo, oggi, confina con gli orti degli anziani)
Non si meravigliò dunque, quando vide quell’uomo (era un americano) che a gesti gli chiedeva aiuto. Senza indugio, nonno Miglio portò l’uomo dietro casa, dentro una buca che fungeva da rifugio. Gli dette dei panni suoi per cambiarsi e gl’indicò la via per raggiungere gli alleati.. Sùbito dopo sotterrò la divisa dell’americano e tornò dentro casa a raccomandare agli altri il silenzio. I tedeschi arrivarono solo pochi attimi dopo, rovesciarono tutto, ma l’uomo era già sulla rotta dei campi, verso i boschi dov’erano i partigiani.
Per fortuna non trovarono la divisa sotterrata sotto un cumulo di terra ancora fresca. L’avessero vista, nonno Miglio e famiglia l’avrebbero pagata cara.
La situazione si evolse abbastanza in fretta. Sui colli, ormai, sparavano senza più intermittenze. Gli americani avanzavano, il nemico scalpitava sempre più vulnerabile.. Le artiglierie non erano proprio vicine, ma nessuno poteva escludere che si potessero avvicinare. La situazione peggiorò ancora quando gli americani giunsero nei nostri paraggi. Ormai ai tedeschi restava solo la fuga. Alla spicciolata cominciò la ritirata dei perdenti. Si sentiva lo scalpiccio svelto degli scarponi sullo stradone, subito dietro casa nostra. Andavano a piedi perché non c’era il ponte sul fossato che troncava in due la strada Per raggiungere la parte del Casone Ugolino e la provinciale dovevano passare per un sentierino largo neanche un metro, che scendeva nel fossato e risaliva in modo tortuoso sull’altro lato. Talvolta ci si doveva servire di una tavola gettata di traverso per passare
Una notte in cui le cannonate si sentivano ronzare più vicine, siamo scesi tutti in cantina. Eravamo noi, i Saggini e i padroni di casa. Soltanto il nonno, che aveva alzato di molto il gomito, dormì di sopra. Aveva poggiato la testa sul tavolo e russava. tranquillo. Inutile fu ogni tentativo di scuoterlo e portarlo dabbasso. Fuori, il trambusto dei tedeschi era frenetico. Passavano correndo
Il padrone di casa; ex- colonnello ci esortò tutti a starcene al buio e in silenzio, per evitare che i tedeschi, ormai sconfitti, giocassero qualche brutto scherzo. Coscienti che aveva ragione, ci disponemmo ad obbedire.
Gli uomini si sedettero su alcune cassette, mentre noi donne c’eravamo distese per terra, su delle balle. Era impossibile dormire, però ci si doveva arrangiare.
L’intenzione era fuor di dubbio concreta, ma come spesso accade, non avevamo fatto i conti con l’imprevisto. Infatti, non s’erano calcolate le reazioni degli indiscussi abitanti della cantina che, per quell’invasione si erano logicamente risentiti. Nell’angolo dove noi avevamo stese le balle con la paglia erano stati
appoggiati alla parete alcuni tubi di una stufa a legna e, proprio a ridosso dei tubi, iniziò presto la tarantella di quei coinquilini scorbutici conosciuti come topi. Di certo spaventati dalla nostra intrusione, alcuni di loro cercavano di salire lungo i tubi per allontanarsi ma, ad un certo punto della salita, di colpo scivolavano giù e stridevano.
Alla padrona scivolò un topo addosso e lei fece un urlo, subito seguito da uno scoppio di risate e ordini imperiosi per ripristinare il silenzio. La storia finì con noi donne che continuavamo a spanciarci dalle risate mentre gli uomini ci ammonivano a suon di moccoli e minacce.
Per fortuna, i tedeschi avevano troppo da fare per prestarci attenzione, così, grazie a Dio andò tutto bene. (Quell’esperienza mi è rimasta impressa nella mente tra le pochissime divertenti della mia vita.)
Il mattino successivo ci fu la svolta che cambiò radicalmente la nostra esistenza. Nella nottata una truppa d’americani era approdata in Cerreta, poi si era fermata nella prima casa che faceva capo all’incrocio di quattro strade. La casa in questione era a pochi metri da quella del Guerrieri, e perciò vicina anche a casa nostra. Lì ci abitava la Noemi del Fabbri con la sua famiglia.
L’euforia per questo avvenimento era alle stelle, tanto che alla signora vicina venne un’idea molto brillante. Brillante per lei e per la locca di mia madre, sempre quieta e sottomessa, che non riuscì a contrastarla. Dunque: l’idea era che io andassi, di poco avanti a loro, incontro agli americani, con le braccia cariche di fiori, per salutarli. Frignai a lungo e m’impuntai. Avevo paura di tutti quei camion e camionette, dei carri armati e di una turba di militari che sembravano i padroni di casa.
Prima con le cattive, e poi con le buone, ventilandomi la possibilità che i soldati mi avrebbero dato tante cioccolate, mi spinsero ad andare. Con le braccia stracolme di fiori d’oleandro, mi spinteggiarono (facevo un passo avanti e quattro indietro) fino all’aia della Noemi, che sembrava trasformata in un campo di raccolta. Come la signora aveva previsto, l’accoglienza fu per me un trionfo. Passai da un braccio all’altro di quei giovani e piroettata per aria come fossi una palla. Gli oleandri furono fissati ad una specie di retina che copriva gli elmetti dei militari. Erano belli con tutte quelle teste fiorite, e per un momento (dovetti ammetterlo) mi sentii rasserenata e felice.
Quando si ritornò indietro avevo diverse stecche di cioccolata, ed altre di una pasta che sembrava di fichi secchi e altra frutta, che a me non piacevano.
Ne mangiai e ne regalai, ma ne rimasero ancora parecchie
Il giorno dopo, mentre mamma lavorava nell’orto, la signora mi chiese di farle vedere tutto quello che mi era stato regalato. Le portai tutto il pacchetto senza fiatare. Lei, con aria grave asserì che le stecche di cioccolata erano troppo pesanti per una bambina e che mi avrebbero fatto male. “Meglio buttarle” disse, e io non ebbi la forza di fiatare.
Tornai dentro casa soltanto con i fichi secchi. Avevo gli occhi lucidi. Mamma, mi disse che ero stata una locca e che avevo bisogno di una lezione per imparare ad essere più accorta e; del resto, l’idea di offrire agli americani i fiori d’oleandro era stata della signora, quindi… Io accettai la sentenza senza fiatare, ma capii benissimo che mamma non interveniva perché, buona e sottomessa com’era, le mancava il coraggio di affrontare quella donna.
Il periodo che seguì l’arrivo degli alleati fu intenso d’avvenimenti. Il primo fatto, ancora oggi scolpito nella mia mente, fu il ritrovamento di una bomba inesplosa dentro il fosso che separava il nostro stradone dalla provinciale. Lo stesso dove mamma andava a raccogliere le foglie per fare il sapone. L’ordigno era caduto a poche decine di metri dalla casa di Barontino e molto vicino allo stradello che scendeva e risaliva per consentire ai pedoni di attraversare.
Per tutta la mattina fu un via vai di curiosi che andavano a vedere da vicino la bomba. Anche mio padre non resistette a quel richiamo e scese con altri verso il fosso. Gli chiesi di portare anche me, ma mamma non mi volle mandare.
Il fosso era molto vicino anche a casa nostra, perciò il tragitto da percorrere per raggiungerlo era minimo. Più o meno, trascorse una mezz’ora da quando babbo era andato là con un altro uomo. Il boato, tremendo, spaccò l’aria d’improvviso. Mamma urlò e anch’io, pensando a babbo.
Dopo poco lui tornò insieme all’altro uomo. Bianchi nel viso e spaventati, raccontarono che loro avevano guardato l’ordigno da una certa distanza, e di essere tornati subito indietro.
Qualcuno, invece, era sceso nel fosso per vedere più da vicino e…
Un giovane fu preso in pieno e dilaniato. Non ricordo se ci lasciò la vita anche qualche altra persona.
Poi gli avvenimenti si susseguirono con un ritmo serrato. L’inizio della resa dei conti segnò altri agguati, altri morti.
Da un apparecchio rudimentale che mio padre aveva trovato chissà dove giungevano continuamente nuovi comunicati.
Era il 26 aprile 1945 (lo ricordo bene perché era il compleanno di babbo e mamma era riuscita ad organizzare una piccola festa) quando una voce gutturale ordinò: “Tutte le armi devono essere consegnate alle formazioni di volontari della libertà… Tutti i fascisti devono essere disarmati e fatti prigionieri…”
Solo un giorno o due più tardi, la stessa voce comunicò quello che stava accadendo a Milano in Piazzale Loreto. Mussolini e la Petacci, uccisi, penzolavano a testa in giù nello stesso luogo dove, nell’agosto del 44, era avvenuta una strage di civili, perpetrata dai tedeschi.
Di giorno in giorno mutava anche la vita del nostro paese. C’erano più quiete, più speranza. Era il riscatto della nuova Maremma che, ancora una volta, si riconciliava con la vita: ma l’odissea non era ancora finita.
La notizia arrivò tra capo e collo una sera. Parole scarne, fredde, di una cronaca locale agghiacciante. Erano stati uccisi due uomini e una bimba che col suo gesto aveva insegnato la grandezza dell’amore incondizionato e supremo.
Come un Angelo aveva fatto scudo con il suo corpicino al corpo del padre che
stava per essere ucciso: quell’Angelo meritava lo stesso amore che aveva donato e tutto il nostro rimpianto. Dopo cinquant’anni, il corpo di quella creatura fu riesumato. Era ancora intatto.
Avevo già compiuto sette anni quando, finalmente, cominciai ad andare a scuola. Mi sembrava un sogno.
Potevo anche andare a Messa la domenica, nella Chiesa situata nell’edificio della vecchia friggera, sull’Aurelia dov’era stata trasferita dopo che l’altra molto bella, dov’ero stata battezzata era stata dichiarata pericolante.
Lì feci la Cresima. Avevo un bel vestitino celeste chiaro che mamma aveva fatto cucire da Ugarita, una bravissima sarta. Mi sembrava di essere un’altra, senza quei
grembiuloni fatti di tela ruvida che m’imbalsamavano come una mummia. Non per niente, mio cugino Giordano mi chiamava “Monaca”
Imparai ad andare su di una biciclettona di fortuna. Imparai a cantare gli stornelli a squarciagola. Scoprii, (prima non me n’ero accorta) che la vita era bella.
Si, bella, ma… Erano trascorsi due o tre anni, o forse più, dalla fine della guerra. Era Venerdì Santo, quando nella nostra frazione, l’ultimo agnello, crocifisso dalla barbarie umana, lasciò la sua vita accanto alle mura della vecchia chiesa ormai sconsacrata.
Lì alcuni depositavano i ferri vecchi che giorno per giorno raccoglievano per guadagnarsi la vita..
Romano, era un ragazzino poco più grande di me. Per lui non era cosa nuova cercare tra quei ferri: forse cercava di aiutare o si divertiva, ma le sue mani, quel giorno, raccolsero una mina.
L’olocausto di quel nuovo angelo chiudeva il cerchio perverso della guerra nella nostra cittadina. Quella sera, in Processione, anche il Cristo morto sulla Croce doveva avere gli occhi pieni di lacrime.
Ricordo che in un tratto d’Aurelia, e in parte sull’angolo con via Veneto era in costruzione un gran palazzo. Sulle mura non ancora finite, erano state accese diverse fiaccole. Non c’erano lampioni, sicché il tremolìo di quelle fiamme contribuiva a creare una grande inquietudine.
Il clima di preghiera, interrotta dai passi sulla strada, dava l’idea di vivere un’odissea surreale. Qualcosa nell’aria faceva respirare la sensazione di una strana presenza, intangibile, irritante, come se un’entità indefinibile godesse di tanto dolore. In molti guardavamo in aria, ma non c’era nulla più di quel chiarore ambiguo di fiamma e quel fumo sottile che si alzava come una barriera a coprire qualche timida stella.
Smarrimenti del genere non dovevano sussistere.. Lo sguardo riportato in alto, poteva, con gli occhi del cuore, vedere ben altro. I due Agnelli trafitti, così vicini: in realtà erano ben lontani da noi, portati dove non c’era bisogno di torce per far luce, tra le braccia di un Padre che li aveva accolti con amore. Questa consapevolezza induceva, malgrado tutto, a sperare in un mondo migliore. Domani, sarebbe stato giorno di Risurrezione. Il sole avrebbe di nuovo sconfitto le tenebre. Lì e altrove, la vita avrebbe ripreso a camminare…
Intanto che il mondo cammina
e l’amore ci quieta;
sul filo della speranza
la vita continua…

Irene e Niccolò Bertini 2007
Realizzazione di Lida Malerbi – DONORATICO
Proprietà letteraria riservata
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