
Stampa digitale - DALIMAK - DONORATICO ( LI
Autunno – inverno……......………………………..10
Un po’ di vita……..…………………....…………11
Inesprimibile………….....…………………………12
Ala deriva………….....……………………………13
Mamma operaia…….....…………………....…….14
La Catena del sole…….....……………..………15
Cieli scuri…………….....………………..……....17
Come il vento…………………………….......…18
Strada facendo……………….....………..….…...19
Sulle corde del tempo…………..………....…..20
A Lidia……...………………………………….…21
Polle di sole………….……………………….…22
Strade…………………………..…………………23
A tu per tu con la vita…...…………….……24
Muro contro muro…………....……….……….25
Rancore.......................................................…...27
Come un gabbiano......................................….28
L’anima ferita...................................................29
Resa.............................................................….30
Di ora in ora...............................................….31
Inquietudini invernali............................….....32
Speranza ferita..........................................…..33
Più da vicino..........................................….....35
Eresia fondamentale...............................…...36
Come sempre..........................................…....37
Contrasti....................................................… .38
Al calar della sera...................................…..39
Dalla terra...............................................…...40
PREFAZIONE
Per l’uomo, la difficoltà maggiore non consiste nel riu riuscire a scoprire le cose del mondo, bensì, in quella prova ancora quasi insormontabile che lo mette di fronte a sé stesso. Infatti, malgrado egli sia riuscito a scalare le vette più alte e a sondare le voragini più profonde: malgrado sia riuscito ad imporre la propria superiorità in tante questioni scabrose, aver costruito opere imponenti e condotto le operazioni più difficili in tutti i campi, egli non riesce ancora a leggere in sé stesso né a definire concretamente la propria interiorità.
Eppure.ha.rovesciato.e.dominato.le.situazioni.più.impossibili.
Ha conquistato la luna e lo spazio. Alla fine è riuscito persino a riprodurre sé stesso, con la facilità, con la quale riproduce un fiore raro o una qualità eterogenea di qualsiasi cavolo.
E’ vero che, in sostanza, egli ha preso tra le mani le redini mondo e galoppa su di esso come se questo fosse un cavallo lanciato sulla pista di un enorme ippodromo.
Ormai, si crede potente al di là di tutto. Si è convinto di avere lui stesso la potenza di Dio. Povero illuso!
Lui non sa di essere cellula in un Corpo Infinito che può cancellarlo in un attimo solo. Non comprende che la sua intelligenza e potenza è frutto di un disegno prestabilito e guidato
Uscire dai binari del progetto equivale perciò a correre un rischio che può non avere rimedio. Vivere oggi per morire domani e per sempre, definitivamente.
“Tu sei il mio braccio destro:” sembra dire la Voce del mistero “quello che costruisce le cose belle del mondo.
Attento dunque a non cambiare braccio. Non andare ad abitare nel braccio sinistro, perché con quello io distruggo le cose perverse del mondo e, se anche tu sarai tale, attento a te stesso!
“Naturalmente, l’inquietudine costante che ci sommerge è un segno inequivocabile
di riflessione che ci prende bimbi e ci segue per sempre Meglio per noi se ci fermiamo
ad ascoltare, perché quella è la voce intima del nostro essere interiore che cerca di trasmetterci delle regole precise che vanno rispettate: tipo “Ricorda che sei carne”
Non provocare altrui dolore, fisico o morale. Non infierire sull’essere che ti è inferiore o più inerme, neanche se è un animale.
Non offendere e non provocare.
Non farti scudo di qualsivoglia motivazione per darti una ragione plausibile o una giustificazione che ti consenta di metterti il cuore in pace, perché quella pace è una pace fittizia che il cuore se lo rode e distrugge.
La pace devi costruirla in te stesso e poi trasmetterla al mondo. Tendi per primo la mano anche a chi ti guarda in traverso.
Sta’ attento a rendere felici le persone che hai accanto. Quella felicità può farsi macchia d’olio e contagiare tutto intorno.
Saziati dell’amore che riesci a ricevere e a donare.
Fa’ con lo stesso una piramide alta fino al cielo. Quella è la vera grande opera che ti chiede il Buon Padre Tuo.
E tu, da buon figlio sarai benedetto e salvato.
Lida Malerbi
Si riflettono sul fondo del bicchiere
le rughe profonde
che mi si sono impresse sulla fronte.
Al di là i pensieri, invisibili, impalpabili,
eppure svegli e agitati quanto mai.
Usurati dal tempo e dalla rabbia
per non esser mai prevalsi
sull’inquietudine costante e un po’ esaltata
che presto mi ha colta nella vita
e poi sommersa: ecco qua,
di nuovo a confondermi e stordirmi
con le tante nubi e i pochi raggi
che devo fronteggiare ancora oggi.
Sono un essere umano,
senza disegni e con scarsa fantasia,
schiava di un’anima ferita ed umiliata.
Se chiudo gli occhi
fluttuo senza sosta tra aria ed acqua,
gabbiano smarrito alla deriva.
Le strade consunte
Hanno polvere distratta.
Un gemito di pioggia
La trascina
Dove un rivolo accoglie
la sua fretta
per trasformarla
in riva solitaria.
Cade la foglia, timida
smarrita
Va a memorare spossata
dentro l’ombra
per ricrearsi nuova
a primavera.
Si desume, guardando,
che presto sarà inverno.
Dal colle, più intenso
il buio si perpetua.
Si spoglia la sera
delle foglie ingiallite
che fremono ancora.
E’ un cerchio che mi si stringe addosso
questo vizio malato di silenzio,
mentre il cuore implora un grido,
un gesto,
qualcosa che risvegli l’arcano impeto giocoso
nel rafanìo dei passeri arroccati
sopra il ramo
o nel rotolio della pioggia sopra il tetto.
Almeno un singulto o mio inquietante
autunno. . .
Risveglia l’armonia, affinché l’ansia emotiva si disperda
innanzi alla sequela maliziosa che si fa distruttiva
in un’anima provata che si è arresa.
Perciò, ti prego, dammi nuovo
un segno di speranza
e riportami indietro un po’ di vita.
Inesprimibile adagio, smania
in note accorate
Libero esalare è l’inquietudine
alta che mi scioglie
Ombre fragili, ansiose.
L’attesa disillusa che incatena
tra soverchie montagne.
Sasso o radice d’albatro:
non
trovo un senso logico al mio
passo.
Ho consumata l’alba
in un respiro rabbioso di felino smarrito.
L’ancora di salvezza
era appesa ad un muro decrepito.
L’ha sepolta lui stesso crollando,
condannandomi ferita al mio destino.
M’inquieta tornare ad ascoltare
voci ormai lontane
per rievocare e intanto ritrovare
il tempio Sacrosanto dell’infanzia.
Tutto, mi si profila ora,
come un intrigo di attese
e insuperata rabbia
sui tanti giorni gettati alla deriva.
Il cuore ha percorso senza sosta
le strade più remote della vita,
indocile al senso che le reclamava
in ragionata resa.
Esistono mete che non hanno quiete
se non, nel sonno impotente
di un miserabile niente.
Ho continuato per anni a svegliarmi con l’alba
e a gettare sui vetri schegge di pensieri
contrastanti, emuli notturni,
e i nuovi
già preparati al giorno e poi disposti
sul macadam gagliardo dei doveri,
arrendevoli proletari tutto fare, consegnare
e ricevere in misura di sudore.
grigiori e spossatezze ma,
bastava il bimbo
che festoso mi correva incontro
per riaccendere luci a tutto campo
e ridare vigore e nuovo ego al futuro
e a tutto quanto mi si apriva intorno
di minuto in minuto
col riverbero cocciuto dell’istinto
e la caparbietà che mi coniava
donna e mamma operaia
al tempo stesso,
giacché mi urlava dentro
la soddisfazione
e l’appagamento incontrastato
per aver guadagnato
il pane quotidiano e intanto
aver nutrito anche il sorriso.
(indice) LA CATENA DEL SOLE 15
Un passo dietro l’altro,
si scempia la somma della vita.
Nemesica e despota, si addentra:
freme la meta e assidua ci prepara,
quasi sia una mamma che è in attesa,
fiumi d’ineguagliabile dolcezza,
con l’inno al figliol prodigo tornato
eliso, dopo il gran viaggio.
Più addentro, il tema di ogni essere
terreno scorre, schematico approdo
di ripensamenti e di rimpianto.
Tornare indietro,
tornare dentro il fulcro esistenziale
e riconiarlo,
rivestirlo delle parole non spese,
di frasi impronunziate,
di gesti stupidamente evitati,
dei tanti richiami ignorati.
Riciclare azioni e movimenti,
godersi aurore e tramonti,
fermarsi quando il cuore
ha bisogno di sorrisi
e tendere le mani,
vicini e lontani, più uniti.
La catena del sole,
come tutto muore
per riaccendersi domani e,
senza fine, altri dopodomani,
proprio come noi:
perché addormentarsi e
dissimili svegliarsi è, da sempre,
il fulcro di noi stessi
peribili e immortali.
Non ho sentimenti sereni
da donare al domani.
L’anima si scinde tra i contrasti
rendendomi malata nei pensieri
e, le preoccupazioni,
come un’alba che sorta senza raggi
si sia nutrita di soli cieli oscuri,
da inverno a inverno
senza mai scaldarsi,
rovinano i progetti e le ambizioni.
Anche la fede sembra abbandonarmi
entro un circolo vizioso di contraddizioni.
Perché dovrei
peregrinare mete futili
per il resto dei miei giorni?
Il futuro ha posto
tra le dita aperte di una mano
il suo regno e,
tra un battito di ciglia e l’altro
scivola come il vento
sopra il tetto.
Lui spazza via
granello su granello e,
apparentemente,
lascia tutto intatto.
Così, anche noi,
fatti di sabbia e assurdi
come siamo,
potremmo forse vivere
in eterno?
La maggior parte dei sogni
muore strada facendo.
Restano i muri e gli argini
squassati,
fiumi di sentimenti indomiti,
questioni irreversibili i pensieri,
ineluttabili tormenti.
Tutto sembra fondersi
su ideali d’indecifrabili clamori
oltre l’umanità scevra di scopi
e di significati ma,
resta, insopprimibile speranza,
l’amicizia sincera, quella vera,
e una mano protesa in lontananza
(indice) SULLE CORDE DEL TEMPO 20
E’ un pianoforte stonato
che scherza sulle corde del tempo,
semicroma azzardata, per assicurare che, certo,
l’incanto è finito da un pezzo,
che rimane soltanto l’andirivieni insensato
della notte e del giorno, documentato
vissuto, sofferto
e una voce incrinata a cantare
il suo inno perpetuo su nulla o su tutto,
secondo il modo che gli è consentito
per esprimersi meglio, in tono accorato,
tra ironico e un poco dubbioso
per affermare che, in fondo, tutto il mondo
è soltanto un enorme grottesco teatro.
Una canzone ormai vecchia, di puntigli
e di rabbia, esaltata e già stanca
ancor prima che, appena iniziata, finisca
in una bolla di fumosa poesia.
Una ragione evidente di stupide cose
troppo spesso annunziate e poco dopo
smentite:
dei soliti passi smemorati e fasulli,
di richiami indecisi, di paesaggi inventati,
di tutto e di più, in un grido inesausto
che salva soltanto se, alfine, mio Dio
vieni Tu.
Io sono come te, sola ed esiliata
in un ritmo di vita che non ha una meta.
Paura e rabbia a farmi compagnia
e, l’ansia che scolora ogni altra attesa,
di niente mi riveste e in più mi sprona
verso un abisso d’astuta follia: ma no,
non sono pazza.
Probabile è, invece,
che io abbia assenza di fiducia
e di speranza, per poter dire
“ Sono ancora viva “
Polle di sole
olesano spazi tra una nube e l’altra
e rotolano superbe sulla spiaggia.
Dalla sabbia all’acqua,
a rimbalzare come un gioco
o una danza festosa
in sintonia con l’aria.
Io stessa, plasmata cometa
in sangue ed acqua
subisco gl’influssi di quest’ora decisa
che tutto scalda
Mi piacerebbe
essere solerzia manifesta
d’insaziabile aurora, ed eternarmi,
neumenica memoria
ma, sono e resto
una piccola fiaccola smarrita.
Isole sono i muri sui quali
disegno alberi stanchi
e voli immaginari di gabbiani.
Isole senza approdi e senza luci.
Strade come nastri gualciti,
snodati su promontori
aridi e scoscesi,
su picchi d’impossibili segreti
e con un mare di gelo ad attorniarli.
La salvezza sta in alto,
dove sfumano brume
e le lacerazioni si risanano.
Sotto quel cielo nonostante tutto
ancora azzurro e intatto.
La difficoltà immane è
nel raggiungerlo, eppure
è ormai accertato:
non son concesse altre vie di scampo.
(indice) A TU PER TU CON LA VITA 24
Noi , che anneghiamo nel tormento,
docili al vento che ci piega in basso,
crescere potremmo, con l’impeto
imperioso del silenzio.
Forgiare l’anima, oltre l’incerta
audacia che trascina,
bruta ed ottusa
e al di là del raggiro senza sosta
che lascia cuore stanco e amaro in bocca.
Quest’avventura sul pianeta terra
ci rovina o ci salva.
Il figlio prodigo gioca così la sua partita
e quando un vortice lo strappa dalla riva,
eccolo ad implorare la salvezza. . .
Lacrime come rugiada. Seta sul palmo
di UNA MANO aperta e attenta.
Un fremito d’intesa straripa fino a noi
dall’aria, ad indicarci UN’ANCORA
che affiora
nel grande mare aperto che è la vita
ma, ogni tempesta ci distrae e
disarma.
.
Muro contro muro tra la mente e l’anima.
L’angoscia che mi logora
è l’acido che entrambe incorpora
per confonderne l’essenza.
A ciascuno il suo: parlo di castigo. . .
L’ho meritato, mi dico, poi rifletto
-Perché, che ho fatto?-
Il rancore di un figlio è un foglio stretto
dove sta scritto tutto ma,
non fa capire dove , come, quando
è cominciato per lui e poi per me l’inferno.
I giorni e le stagioni de l ricordo
parlano di lavoro, rinunzie e sacrificio,
ma che ne sa lui di tutto questo?
L’errore, probabilmente sta nel fatto
che, troppo poco, a lui, io ne ho parlato.
Per non angustiarlo, certo. . .
Di fatto però, ho eluso il dialogo
che ha il compito di unire madre, padre
e figlio.
Adesso racimolo rimproveri e disprezzo
e a poco a poco sto morendo dentro.
Di ciò che con sudore ho realizzato
restano solo freddo ed il rimpianto
di aver capito troppo tardi quanto
bisogno c’era di tenerezza e più
slancio gioioso, donato e corrisposto,
solo quello:
lui avrebbe recepito e assimilato . . .
Dovevo insegnarglielo al momento giusto
che l’amore è il bene più prezioso.
Ora posso solo supplicare Dio
e sperare nel perdono di mio figlio.
Hanno sillabe monche le parole
che fioriscono invermi dal rancore
e bruciano
fino a lasciare segni sulla pelle.
Come il deserto fiorisce,
con fiori insulsi
entro il suo aridore,
anche la vita, se non c’è più amore.
Da cielo a cielo
con la terra e il mare, l’anima
s’intristisce e lentamente muore
in un reliquario ebbro di dolore.
Guardo il mare e mi lascio andare
a pensieri che hanno sete di gridare.
La vita è un simulacro
d’inquietudine, arida e intensa
come questa spiaggia assolata.
Un momento di sosta
nell’acqua fresca e limpida
è un sorso di gioia: per me
solo un giorno di arsura.
Mi muovo come un gabbiano
che non può ascendere al volo.
Ali spezzate le sue
e, per me, ore che bruciano la pelle
e induriscono il cuore.
Il mio, ormai,
è assiso ad un motore
che non ha più voglia di obbedire.
Sono irrimediabilmente fuori fase.
(indice) CON L’ANIMA FERITA 29
Dovrò tendere un filo come Arianna
per ritrovare il senso della vita, poiché
inspiegabile e assurda,
lo sgomento mi coglie e mi devasta
togliendomi la forza e la fiducia.
Le spalle esposte al vento di contesa
con l’anima ferita
e lo sguardo quasi spento che ancor fruga
la tenebra impietosa che mi schiaccia,
quasi io non fossi come ogni altra mamma
ma una farfalla stupida o impazzita
che si consuma al fuoco dell’attesa.
Puoi impedire quanto vuoi
che i muri della circostanza
finiscano per farti prigioniera.
Prerogative indomite
inducono altresì all’irrequietezza,
finché colta l’amarezza, tutta,
un’alternativa ti attira e
persuasiva, ti spinge nuovamente
in altra strada,
dove l’umanità si ricontatta e,
caparbiamente
t’induce ad altra scelta,
spingendoti là,
dove il futuro lega tutto al nulla.
Di ora in ora si dilata il tempo
insieme all’inganno che ne scempia il corso
rendendolo dispotico e maligno.
Sui volti un grido e un brivido per mano,
mentre un flauto concerta il mondo intero,
lunatico contenitore di respiro
disperso nei meandri del mistero.
Tutto rifugge il senso, e la speranza
cammina piano, in cerca disperata
di un ultimo approdo di salvezza.
Stolta memoria, cercati una favola serena
nell’abisso entro cui si è persa
e inchiodala al presente della vita,
come fosse una bandiera partigiana.
(indice) INQUIETUDINI INVERNALI 32
Ride, come tra denti adunchi
di una vecchia,
questo stralcio di sole
che ingarbuglia
le fronde rinsecchite del ciliegio.
Trema una foglia
e plana verso terra, mollemente,
fragile al tatto e spenta nel colore,
come un’anima stanca ancor protesa
(ultimo inquieto filo di speranza)
alla vita che ancora l’accarezza.
Pare, nell’impotente
disperata resa,
non più una foglia morta
ma una mano
che tenta invano di aggrapparsi al cielo
Si va senza stelle
su strade che non hanno indici di luce.
L’abitudine è il fato ed il castigo,
l’irrequietezza il pane quotidiano,
l’innocenza l’olocausto più ambito e,
dal fango che noi stessi coltiviamo,
le fauci insaziate del vampiro
s’ingozzano senza alcun risparmio.
Inutilmente ormai ci dibattiamo
tra alte maree e aride sponde
dove il delirio si trasforma in grido, alto
e straziato.
L’ultimo è di un bimbo rapito,
violentato e ucciso.
Altri singhiozzi, come onde di oceano
compressi in spazi troppo stretti
inutilmente proclamano abusi,
violenze, orrori.
E noi, come Pilato, rimediamo lavandoci
le mani.
Nessuno,infatti,
ode al di là dai quattro muri
che ci vedono
innocenti e complici o
devastati e colpevoli,
prede comunque d’indici abissali.
La tentazione è l’orda
Che rovina: perciò,
non c’è mano sottratta
alla scorata resa
né sete di potere, odio, vendetta,
lussuria o quanto altro può
rapire l’anima, che ormai
non ci pretenda.
Con quale coraggio
invochiamo la speranza?
Non serve lanciare i destrieri della fantasia
sulle scie che il cielo disegna
ad ogni nostro volgere in alto lo sguardo.
Altri sono i sentieri che permangono chiusi
e inesplorati al nostro bisogno di sentirTi
e mille veglie non bastano a seguirTi,
neanche quando il volo si fa arduo
e scavalca i confini del reale per vederTi
più da vicino.
Sappiamo che SEI VIVO e palpiti nell’uomo
dal suo stesso cuore ma, il colloquio segreto
tra TE e il nostro amore, per noi, SIGNORE
è inquietudine.
Voglia calpestata di aggrapparci alla mano
che tendi e sollevarci da questo urlo imperante
di bandiere che ci rende succubi,
da questo fango truccato che ci attira in basso,
sempre più stanchi e impotenti,
sempre più perduti.
E se il pugno ferreo del destino non basta
a ravvivarci gli occhi,
se questa stupida danza sugli specchi continua
creando in noi il vuoto più assurdo:
di quale futuro MIO DIO, di quali sogni
potranno ringraziarci i nostri figli?
(indice) ERESIA FONDAMENTALE 36
E’ per come cresce sotto gli occhi la vita,
quasi furia di fiume che straripa
a seminare sgomento?
O sono gli echi del mondo
insinuatisi in gole senza fondo,
simili a tratti a un lungo grido umano
a regalare un brivido?
Questa falsa continua,
questo contrasto di cielo e terra
che reclama certezza,
questo impalpabile strepito
che in debolezze languisce
come un neonato cui si neghi il latte,
che porge ai sensi
se non un’eresia fondamentale
che rende tutti noi eruditi,
istupiditi, sordi, muti e ciechi?
Questa folle eresia che si attarda,
calda nel viscido corpo di serpi
entro nidi di rondini cui han negato il volo,
perché costringe ad un passo lusinghiero
il cuore che ingenuo accetta tutto?
Quale corda ci trattiene dunque,
non stritolando, badate bene,
ma giocando d’astuzia l’illusione
della quale ormai,
abbiam pieni gli occhi e il cuore?
No, non c’è fretta né forza
né languori, in questo cammino
sconsolato di canali.
L’erba alta soffoca in recessi
l’impetuosità sorgiva, come
la mano maldestra che ogni sera
ostacola i lumi dentro le case
e dentro ai cuori stanchi
mentre la vita incespica tra i rovi.
L’anima non c’entra
in questo sottile miscuglio di scorate rese
e freme se un giuoco di astuzie la zittisce
Caparbia rivendica il diritto alla sua voce
ma lei, la notte, è scaltra fugacità di ore
impavida, senza riflessione
tira la corda e tesse le sue trame
mentre il mortale, sprovvisto come sempre
e pago di sole nullità, si arrende.
E’ un andare preparati alla deriva
quest’impulso a scavare nelle ombre
e lungo i marciapiedi insondabili
del cuore.
Creati a scapito dell’armonia,
che possiamo aspettarci noi,
salici piangenti, estremi,
nella temporaneità abissale della vita,
oltre un improvvido olocausto
armato di segrete, autosentenziali,
inconfondibili demenze?
Nessun grido si priva del piacere
d’essere potente al di là della voce
né indulge la perversione
dell’ultimo istante a saccheggiare
l’intimo rifluire di speranze.
Dunque, essere preminenti
non vale
né serve lasciarsi illudere
d’imparare più tardi il mestiere
di vivere.
(indice) AL CALAR DELLA SERA 39
L’orologio della vita fa strane magie
ma nessuno sa coglierle nella giusta stagione.
quando la terra si scrolla del rigore invernale
quando saltellano i passeri sui rami appena
sbocciati, strepitando felici.
Al calar della sera, le ombre rivestono i muri
e i campanili paiono fantasmi.
Lacerato il senso irruente dell’istinto,
ci si accontenta di tessere fili di niente
sulle vesti sbiadite di ogni illusione
e camminare senza più sognare
per le aspre vie quotidiane, mentre tutto tace.
Persino i sentimenti se ne vanno a dormire
in alcove di pietra
e respirano piano per non farsi sentire.
La terra ha odore di pollini
pronti a germogliare, ma
finita la bella stagione del cuore
ci si adegua, cercando altrove strade traverse,
quelle che non si sa dove vanno a sboccare.
Guidata dall’inconscio, la volontà mira in alto,
verso un ipotetico punto d’infinito,
testardamente, idealizzando
una sottilissima e incerta via d’arcobaleno.
C’è gioia tra le stelle ogni sera
Ma, dalla terra, un urlo spietato
la contesta,
manovrando oltre i limiti l’assurdo:
quello che relega il cuore del futuro
tra le grinfie perverse del demonio.
Forse, non dovremmo guardare
sempre in basso,
ma piuttosto ripeterci che, in fondo,
ogni uomo perisce
sotto un cielo eterno.
Chissà. . .
forse è per questo motivo
che poesia e mistero scelgono
la strada impervia di un sogno
per salire più in alto.
